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giovedì 23 febbraio 2023

INVISIBILITÀ

Perché l'invisibilità ci infastidisce?
Ho meditato molto sul bisogno di essere visti e riconosciuti in ambito sociale. Un bisogno che ha assunto negli ultimi tempi dimensioni sproporzionate.
L'uomo nasce come essere sociale e lo sviluppo del linguaggio ha facilitato questa sua predisposizione. Riunirsi in gruppo è stato naturale fin dalla preistoria per poter meglio sopravvivere ad un ambiente ostile. 
Il comportamento e l'identità umana sono costruiti sul rapporto con l'altro. Grazie alla relazione con l'altro alleniamo la comprensione, la compassione, l'empatia e la consapevolezza. Ottimi strumenti per imparare ad ascoltarci in profondità in un processo di continua trasformazione del sentire e della sua manifestazione.
La nostra formazione si completa nell'interazione, nella collaborazione e nella condivisione.
Eppure abbiamo traslato sulla visibilità e sul riconoscimento esterno, l'illusorio potere di determinarci e quando questi vengono a mancare ci sentiamo persi. 
Non siamo più capaci di vederci con uno sguardo libero da condizionamenti esterni.
Quando ci osserviamo denudati dalle corazze che abbiamo indossato rivestendo ruoli e professioni socialmente riconosciuti, ci sentiamo vuoti e invisibili.
Non abbiamo obiettivi da raggiungere, compiti da svolgere, impegni da rincorrere.
Il fare compulsivo che da sempre ci distrae non c'è più e il nostro stare ci appare privo di significato e di valore. 
Soli di fronte a noi stessi proviamo paura. La paura di essere liberi.
Liberi da direzioni, vincoli, maschere e condizionamenti.
Quando non siamo più incanalati, ci sentiamo insicuri perché dinnanzi alle mille possibilità non sappiamo quale scegliere.
Siamo stati così impegnati a rincorrere la ruota della vita che come criceti impazziti abbiamo investito tutti nostri sforzi in un movimento continuo, senza realizzare che non ci stavamo spostando di una virgola. Abbiamo macinato km a destra e a manca, cadendo e rialzandoci  all'inseguimento di un illusorio successo materiale che ci sembrava sempre poco più in là rispetto a dove ci trovavamo.
Nella fretta abbiamo prestato poca attenzione al nostro sentire più intimo e alla nostra crescita in verticale. E non conoscendoci affatto siamo confusi e destabilizzati dalla libertà.
La libertà di esplorare l'invisibile.


Foto Donatella Coda Zabetta


mercoledì 22 febbraio 2023

VACUITÀ

Sono vuota. 
Non ho ruoli, desideri, aspettative, direzioni.
Osservo la mia nudità.
Di primo acchito provo paura di fronte ad essa.
Paura di essere invisibile al mondo
o a me stessa?




Foto di Donatella Coda Zabetta

sabato 6 giugno 2020

LA PAURA DEL MOVIMENTO

L'esperienza del lock down a causa del Covid 19 ha lasciato in noi tracce indelebili. Tuttora se ne scorgono le conseguenze nel nostro modo di muoverci nel mondo.
Di colpo ci siamo trovati a fare i conti con l'immobilità e per molti è stato traumatico. Rallentare i ritmi frenetici dell'abitudine ci ha fatto sentire vuoti, persi, impotenti. Le reazioni a queste sensazioni si sono sprecate e hanno spaziato dalla negazione della realtà ad un illusorio tentativo di controllarla.
A dirigere il sentire, la paura. Una paura atavica legata alla fragilità intrinseca dell'essere umani.
E' stato naturale attutire le ombre della paura immobilizzandosi e fingendosi morti. La natura stessa ci mostra quanto questa strategia sia funzionale in caso di pericolo quando la fuga non è possibile.
"Se fermo la mia vita e la immobilizzo, la malattia non può contagiarmi" è stato il pensiero che ha scandito e giustificato le nostre giornate di confinamento e le poche uscite iper protette necessarie a garantirci la sopravvivenza. E poco per volta ci siamo abituati a digerire l'immobilità con i suoi ritmi dilatati, senza tempo, senza impegni e senza socialità. Abbiamo associato all'idea dell'altro quella di pericoloso untore, portatore invisibile di virus, e abbiamo eretto barriere culturali ancor più spesse per difenderci. Il continuo martellamento dei mass media ha potenziato questa percezione.
Con la fine del lock down e la graduale riapertura abbiamo mosso i primi passi in un mondo malato con circospezione, controllando il respiro e allo stesso tempo, con sguardo critico, l'altro. Eravamo già diffidenti verso l'altro: ora abbiamo potenziato i nostri radar difendendo il nostro metro con agguerrita tenacia. E se proviamo a infrangere le regole, veniamo redarguiti.
Abbiamo imparato a essere sterili e mascherati per poter vivere nuovamente una dimensione sociale.
C'è chi si è adattato, c'è chi ha scelto di continuare il confinamento in modo volontario e c'è chi ha optato per un respiro a pieni polmoni isolandosi nella natura.
In ginocchio l'economia osserva l'uomo e le sue strategie confuse mentre la politica esercita il suo controllo senza trasparenza e chiarezza d'intenti.
La tensione in tutto il mondo è tangibile. La paura regna sovrana con il suo scettro di irrazionalità e sparge le sue tentacolari ombre su menti congelate e poco reattive.
I consumi vacillano sull'onda delle limitazioni, i servizi ristagnano a causa dell'affossamento della dimensione sociale.
Dov'è l'uomo in tutta questa baraonda? Quando il suo cuore ha smesso di battere?


Foto di Michael Judkins da Pexels

lunedì 13 aprile 2020

L'IMMUNITA' DI GREGGE

La prima volta che sentii alcuni politici parlare di immunità di gregge in relazione al coronavirus ebbi una reazione esagerata ondeggiante tra la sorpresa e il disgusto. Oggi, se analizzo quella reazione emotiva vedo la grande paura che l'aveva scatenata. Una paura irrazionale e pervasiva di fronte al virus. L'idea stessa di non fare nulla, mi picchiava in testa, celata dal ben più nobile intento di voler salvare il mondo. Correre sulla ruota come un criceto impazzito calmava la mia paura e acquietava le preoccupazioni. Stando a casa avrei potuto dissociarmi da quell'idea così bizzarra. E così feci.
Il coronavirus arrivò comunque e mi sfiorò da vicino servendomi su un vassoio d'argento una portata che mai avrei voluto assaggiare. 
Non avevo smesso un attimo di correre sulla ruota, come poteva essere accaduto? 
Quando il virus bussò alla porta accanto, lo osservai interdetta con la stessa sorpresa e lo stesso disgusto che ben conoscevo. Mi misi a correre sulla ruota con ancor maggiore foga per non sentire la sensazione di impotenza che pareva invadere ogni mia cellula annebbiandomi la mente. Il nemico invisibile mi stava accerchiando, ma non riuscivo a vederlo sebbene lo sentissi aleggiare nell'aria. Un'aria sempre più pesante per parole, pensieri, notizie. Un'aria irrespirabile, da fiato corto, l'unica a disposizione. Il virus dettava le regole del gioco e avrebbe decretato vincitori e vinti senza esclusione di colpi e indipendemente dal fatto che io continuassi a correre sulla ruota dissipando nello sforzo ogni inconscio tentativo di sconfiggerlo. 
Furono settimane delicate, faticose, di alti e bassi umorali. La meditazione mi aiutò ad uscire dall'uragano coronavirus con le radici affondate nell'inferno e i rami protesi ad abbracciare il cielo. A salvarmi fu l'accettazione della mia impotenza di fronte agli eventi. 
Come un albero sferzato dalle intemperie osservai la morte danzare intorno al gregge, insinuarsi tra le pecore, sfiorare gli agnelli e sfiancare gli elementi più fragili con naturalezza. Allo stesso modo notai la disperazione, la paura, la vulnerabilità del gregge di fronte alla consapevolezza di non essere immortale.
Davanti alla morte le reazioni delle pecore furono le più disparate: ci fu chi la sfidò, chi abdicò ad essa, chi la prese in giro, chi si armò e partì per la guerra, chi si rintanò, chi cercò di distruggerla o neutralizzarla, chi iniziò a correre, chi scappò lontano, chi impazzì, chi decise di aiutarla, chi ideò piani e strategie per controllarla, chi si azzuffò per attirarne l'attenzione e chi ebbe il coraggio di guardarla negli occhi.
La risata della morte di fronte a cotanta attività echeggiò a miglia di distanza e ancora la posso sentire risuonare nell'aria seminando il panico tra le greggi.




Foto di Ali Hadbe da Pexels


lunedì 21 ottobre 2019

IL MOMENTO GIUSTO PER METTERSI IN GIOCO

Non esiste il momento giusto per mettersi in gioco.
Ogni momento è quello giusto se sappiamo trovare in noi un pizzico di follia unitamente al coraggio di ascoltarci. 
Le sfide e i cambiamenti si manifestano sempre con un tarlo interiore che ci pungola verso il movimento. A trattenerci  il freno a mano tirato della paura. Ecco che quel pizzico di follia gioca un ruolo determinante nell'assestarci la pedata necessaria a spiccare il volo dissipando all'istante i sensi di  inadeguatezza che insorgono di fronte a ciò che non si conosce.
Spesso riponiamo quel pizzico di follia in fondo alle nostre tasche per poterlo dimenticare tutelando l'apparente tranquillità dell'abitudine. Ma quando un tarlo si è innescato è difficile fermarlo, anche se può ruminare legno per anni prima che ce ne accorgiamo. I tarli, infatti, sono instancabili lavoratori molto prolifici, in grado di fare una quantità di fori inenarrabile nella nostra spessa corteccia di protezione. Poi un giorno piove e ci ritroviamo bagnati da capo a piedi e realizziamo che stiamo toccando il fondo della nostra sedentarietà. Ispezioniamo le tasche alla ricerca di quel pizzico di follia e le troviamo bucate. E ci sentiamo persi. Incapaci di stare e incapaci di muoverci: a questo punto ha inizio la  lotta all'interno di noi stessi. Il cuore spinge per la nostra realizzazione e la mente spara a manetta milioni di giustificazioni per mantenere lo status quo. 
E noi, come spettatori alla finale di Wimbledon, osserviamo attenti lo scambio tra le varie parti di noi stessi, incerti sul vincitore. Quando il coraggio ha il servizio per il match point, anche se un po' ci dispiace, tifiamo segretamente per la paura. La pigrizia, l'insicurezza e i sensi di colpa si alleano e urlano a squarciagola incitando la paura ad annullare il punto.
Il coraggio tira in alto la pallina pronto a colpirla e noi tratteniamo il fiato. 
Primo servizio: una bomba. Fuori. 
Acciderboli. 
Con le mani sudate osserviamo il secondo servizio. 
Ace. 
Mr. Pizzico di Follia dalla panchina corre trionfante in mezzo al campo e danza felice dinnanzi alla paura inebetita dagli eventi.
Sentiamo il terreno tremare sotto i nostri piedi. Coraggio e follia ci spingono da dietro oltre la paura. 
Il tarlo tarleggia con un party di dimensioni epocali, mentre avanziamo facendocela sotto. 
E' andata. Il momento giusto è arrivato e in un attimo si è concluso. 
Siamo in movimento.
Incerti, impauriti, paturnioni, forse. 
Ma in cammino ;-)




Ad uso gratuito (CCO) - Pexels

mercoledì 22 maggio 2019

QUANDO SI ATTRAVERSA UN GRANDE DOLORE

Quando si attraversa un grande dolore
tutta la nostra energia viene convogliata nell'affrontarlo.
Per questo motivo formiamo naturalmente una barriera che ci difenda da ingerenze esterne.
Non abbiamo la forza di fare altro che chiuderci in noi stessi
e galleggiare nel fiume emotivo che ci travolge.
Questo passaggio richiede tempo, pazienza e tanta forza,
fino al giorno in cui ci svegliamo stanchi, ma con uno sguardo diverso,
meno adombrato dalla tempesta che abbiamo attraversato.
Ecco che siamo pronti a dare nuovamente una sbirciatina all'esterno.
Lo facciamo con cautela e con l'inconscia paura di soffrire ancora.
Così chiudiamo il nostro cuore  a doppia mandata in uno scrigno ben custodito.
Avanziamo a passettini e con circospezione
scrutando con la lente d'ingrandimento ogni cosa.
Ci portiamo dietro la barriera che ci siamo costruiti per proteggerci
e senza accorgecene non lasciamo entrare nè uscire nulla.
Siamo inscalfibili e rigidi,
ma, ahimè, anche aridi.
Rendersene conto è importante
per poter abbandonare un approccio alla vita non più funzionale.
Sopravvivere è fondamentale,
ma vivere è un'altra cosa.



Ad uso gratuito (CCO) - Pexels 

martedì 5 febbraio 2019

IL DUBBIO

Il dubbio si insinua insistente tra le molecole della tua mente
e la blocca.
Quando la direzione non è chiara
lo stare è inevitabile
e arrovellarsi non conviene.
Ascolta il corpo
di fronte al tuo dubbio
e fidati di lui.
Il tuo star bene non sempre dipende
da ruoli, immagini, aspettative, desideri soddisfatti.
Non si può perdere altro che se stessi.




Ad uso gratuito (CCO) - Pexels

lunedì 12 novembre 2018

IN UNA RAGNATELA

Vi è mai capitato di sentirvi talmente imbrigliati dalle situazioni da pensare di essere finiti in una ragnatela senza alcuna via di scampo? Il ragno vi osserva, ma voi non lo vedete pur percependone la presenza. Qualunque movimento voi facciate potrebbe innervosirlo e spingerlo a ingoiarvi in un sol boccone. 
Non volevo essere macabra, ma suggerire una percezione corporea forte: quella di sentirsi con le mani e  i piedi legati. Se noi ci trovassimo in quella situazione fisica, sicuramente faremmo di tutto per liberarci delle corde che ci vincolano: sarebbe naturale almeno provarci.
Al contrario quando le corde che ci legano sono i fili invisibili delle relazioni facciamo molta più fatica ad attivarci: la paura di un ragno che potrebbe assalirci da un momento all'altro all'improvviso ci rende passivi. E se ragno e paura  fossero la stessa cosa? 
Spesso non abbiamo il coraggio di guardare alle nostre paure con trasparenza e questa scelta ha l'inevitabile risvolto di renderci vittime del nostro stesso non agire.
Della serie ...non aprite quella porta. Giusto per rimanere in tema.



Ad uso gratuito (CCO) Pexels

lunedì 20 agosto 2018

EVVIVA IL CAPRO ... ESPIATORIO

Finchè capro esisterà,
le parole fluiranno all'esterno senza alcun tipo di controllo.

Disperdere la propria energia 
aiuta a non sentire
 il disagio interiore scatenato dagli eventi.

E allora ...
evviva il capro espiatorio
salvatore in terra delle anime inconsapevoli.

Evviva il capro espiatorio
protettore delle coscienze illibate.

Evviva il capro espiatorio
voragine senza fondo di ombre, paure e debolezze.

Amen.

Ralph e Cocco




sabato 30 giugno 2018

OGNI LASCIATA E' PERSA

Ogni lasciata è persa.
Non ci pensare troppo,
non soppesare pro e contro
tanto poi la vita va come deve andare.

Ogni lasciata è persa.
Quando intravedi l'opportunità coglila
è lì per te.
Quando ti capita una deviazione dal percorso che ti eri prefissato
esplorala:
la bellezza del viaggio sta nel viverlo.

Ogni lasciata è persa.
Quando finisci nel fango
scrollati, rialzati e ringrazia
perchè ogni rinascita ha inizio da una caduta.

Ogni lasciata è persa.
Hai paura?
E' naturale.
La tua mente ingigantisce ciò che esula dal suo controllo.
Segui il battito del tuo cuore e abbandona la paura.
Il coraggio di ascoltarsi 
è un seme che va coltivato.



venerdì 16 febbraio 2018

GIRO GIRO TONDO

Vi è mai capitato di avere l'impressione di girare in tondo e veder scorrere i giorni con la sensazione di non esservi mai mossi? 
In realtà ci si muove parecchio, recitando e osservando film mentali a manetta. A volte, ci si rende pure conto di essere finiti in un loop cerebrale, ma non si ha la forza di uscirne. 
Questo accade perchè l'attenzione è sempre diretta orizzontalmente, come se fossimo all'interno della corteccia del nostro albero e ne seguissimo ossessivamente gli anelli, perdendo di vista radici e rami. 
Quando si inizia a vorticare in tondo si perde la cognizione di spazio e tempo, immersi come si è nella maratona circolare: e più si tondeggia e più si scava il tunnel dove a poco a poco ci si ritrova confinati. Fermarsi e realizzare quanto accade è sempre molto faticoso per il senso di frustrazione e smarrimento che ne deriva, ma non bisogna arrendersi alle emozioni. Un'azione consapevole tesa ad aumentare il livello vibrazionale, per riportare i piedi ben piantati a terra e sollevare lo sguardo verso il cielo, è lo stretto passaggio alla fine del tunnel. La mente farà il possibile per non perdere potere e gli anelli del fusto del nostro albero ci sembreranno calamite molto attraenti: come ogni miraggio che si rispetti non faranno che spostare la nostra attenzione ad oltranza, supportando l'illusione che sia possibile arrivare da qualche parte.
Ma come si finisce in un loop cerebrale? Perchè si fissa il focus orizzontalmente in modo ossessivo?
Perchè si è arrivati ad un punto di svolta del percorso e la paura è tanta.
Paura di ascoltare, osservare, sentire le radici bruciare nel fuoco del ricordo e, allo stesso tempo, paura di guardare il cielo e realizzare che la libertà è alla nostra portata.
Con la paura che ci schiaccia verticalmente finiamo, quindi, per allargarci in una serie infinita di anelli concentrici finchè ci accorgiamo di essere diventati delle frittelle noiose e autoinstallanti. Disgregare lo schema significa fare i conti con la paura e, per questa ragione, il giro tondo si trasforma in un' alternativa molto più desiderabile.
Ad un certo punto, però, ci si rende conto che non si può fuggire per sempre e l'illusione del fare si incenerisce senza pietà ai nostri piedi. 
Oh, le radici! Coperte di cenere. Ma ci sono ancora là sotto? Ebbene sì, sotto i cumuli delle nostre illusioni continuano a portare infinita pazienza e a tenerci in vita, osservando, con grande compassione, la frenesia con la quale circoliamo imperterriti. 
Ogni passaggio ha bisogno di un proprio tempo di maturazione per permetterci di vedere l'ombra e trasformarne l'energia in cambiamento.
Per chi gira, per chi si è fermato, per chi sta osservando le radici, per chi ha volto lo sguardo al cielo...
che la fiducia sia con voi! Buongiorno!










giovedì 8 febbraio 2018

DA UNA PALUDE PUO' NASCERE UNA STORIA?

Ebbene sì. Da una palude può nascere una storia e, soprattutto, a lieto fine. 
La storia di un pesciolino in una palude.
Un pesciolino magico? No un pesciolino come tanti ce ne sono,
ma con il coraggio di ascoltarsi.

Da troppo tempo il pesciolino vorticava in un gorgo oscuro, incapace di uscirne. Quel lungo girovagare aveva quasi convinto il pesciolino che quello che viveva fosse il mondo intero.
Il girare in tondo lo aveva confuso, la mancanza di aria aveva annebbiato il suo sguardo. Ogni movimento sembrava riportarlo sempre al punto di partenza: sforzarsi era inutile.
Fu nel momento di quella comprensione che il pesciolino rallentò. Nuotava per respirare, per piacere, ma senza cercare di raggiungere alcunchè. Se quello era il suo mondo, tanto valeva accoglierlo con leggerezza.
Nel nuoto il pesciolino si rilassò e l’oscurità che lo avvolgeva, gli apparve meno opprimente. Essa faceva parte di lui, in fondo. Questa percezione ne stimolò altre. L’ombra era densa, ma questa densità rendeva il nuoto leggero. L’ombra era silenziosa e questo silenzio rendeva il nuoto rilassante. L’ombra era casa e questo rendeva il nuoto sicuro. L’ombra era buio e questo rendeva il nuoto pieno di possibilità.
Proprio mentre il pesciolino assaporava le sensazioni di questa nuova prospettiva, un luccichio attirò la sua attenzione. Incuriosito il pesciolino gli si avvicinò: sembrava un foro, piccolissimo e luminoso. Il pesciolino era molto più grande ed esplorarlo ulteriormente, infilandosi dentro di esso, era impossibile.
Il pesciolino restò perplesso in attesa, poi decise di usare il buio per coprire e rimpicciolire la sua sagoma tanto quanto la dimensione del foro. In un attimo il pesciolino si immerse nella luce, forte del buio che lo proteggeva e fu subito azzurro. Le acque trasparenti e calde di un mare infinito accolsero il pesciolino che riempì le branchie, stirò le pinne e con un colpo di coda ben assestato si avviò ad esplorare quel nuovo mondo.






domenica 31 dicembre 2017

NON SI VEDE BENE CHE COL CUORE

Non si vede bene che con il cuore,
l'essenziale è invisibile agli occhi.

"Il piccolo principe"
A. De Sainte-Exupery


Quando il cuore è cieco, la mente si sostituisce ad esso nell'illusione che non esistano segreti in grado di trascendere la sua capacità di comprensione. 
Capacità di comprensione strettamente individuale, che poggia su schemi di ragionamento personali. Mi piace immaginare la mente come un teleobiettivo molto potente in grado di ingrandire il particolare, ma con un inevitabile appiattimento dei piani (a causa degli effetti della distorsione prospettica). Quello che si vede non è identico a quello che si vedrebbe avvicinandosi al particolare ad occhio nudo poichè il teleobiettivo riduce la profondità del campo visivo.
Se guardo all'altro con il teleobiettivo inevitabilmente ne vedrò un'immagine rimodellata che risulta precisa solo per il mio modo di osservarla:  ad occhio nudo i contorni risulterebbero sfocati e mi scontrerei con l'incapacità di una visione nitida.
E con tutto questo giro di parole dove voglio arrivare? Alla presunzione.
Alla presunzione che caratterizza chi pensa di essere in grado di vedere tutto, di capire tutto. Anche la mia, certo. La mia ricerca è nata dal mio inarrestabile tentativo di comprendere, di approfondire, di andare oltre. Ora sono cosciente di quanto spesso la mia ricerca sia stata sostenuta dalla presunzione.  Il 2017  mi ha assestato così tante legnate per farmelo capire, che nonostante il mio amore sconsiderato per i teleobiettivi, ho dovuto arrendermi al fatto che non tutto può essere visto o compreso. Questa consapevolezza mi ha messo a nudo di fronte al mio cuore: un cuore barricato dietro il teleobiettivo di una mente presuntuosa. Quando ho abbassato il teleobiettivo non è stato facile realizzarlo e allo stesso tempo scoprire il vuoto di cuore e la presunzione celati dietro tutti quegli inarrestabili tentativi di svelare segreti non accessibili. Mi appresto a chiudere quest'anno riponendo il teleobiettivo per guardare meglio il vuoto che la presunzione aveva riempito di significati per renderlo meno gravoso. Un vuoto gigante, strabordante, che di primo acchito mi ha travolto quando dal bordo del precipizio lo osservavo intuendo in esso la fine di qualcosa che è parte di me. Il coraggio di saltarci dentro a piè pari è maturato con il tempo e la pazienza e ha richiesto un vuoto più ampio, di tipo esteriore, che lasciasse spazio al silenzio e all'introspezione. Essere nel vuoto non è così male, mi ripeto continuamente: tutto è possibile, in libertà. Una libertà che sta prendendo forma nella leggerezza del non dover comprendere tutto, nella ricchezza di segreti di ciò che mi circonda, e che allo stesso tempo mi spaventa per la percezione di inutilità che scatena in me e che deve essere disgregata insieme alla presunzione del mio ego. Tra lo stupore e la paura osservo la mia umanità, il mio puntino irrilevante nell'universo, la mia unicità. Ritorna ad essere un puntino, mi sussurra il cuore. 
"E' il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante" disse la volpe al Piccolo Principe e nel vuoto accolgo il suo messaggio. E quando tutto intorno sembra vuoto, a specchiare il vuoto dentro di me, un nuovo inizio è alle porte.


domenica 3 dicembre 2017

CORSI E RICORSI STORICI

Quando nel 2008 scelsi di ribaltare la mia vita, lasciando il ruolo di imprenditrice che avevo rivestito per oltre 20 anni, non sapevo assolutamente dove sarei approdata. Saltai nel vuoto (non senza fatica, dubbi e perplessità) e con semplicità dispiegai le ali verso nuovi orizzonti senza alcuna rete di protezione ad accogliere eventuali cadute. Feci una pazzia agli occhi di molti: da parte mia ero stimolata dalla nuova avventura che stava per iniziare, ma terrorizzata dalla paura di annegare, a distanza di tempo, in un mare infinito di "Te l'avevo detto!". Accettai di buon grado (si fa per dire: frustrazione ed alti e bassi erano all'ordine del giorno) un faticoso periodo di transizione e mi dedicai spesso alla meditazione ampliando i momenti che tanto amavo e che avevo sempre ritagliato con grandi difficoltà nel mio precedente e frenetico ritmo di vita. Insomma, mi aprii interiormente, cercando di comprendere cosa ero pronta a fare. Fu così che un giorno, in meditazione, arrivò l'intuizione di scrivere un libro: al mio categorico rifiuto a farlo, l'intuizione si trasformò in un martello persistente ogni volta che meditavo. Ci vollero sei mesi perchè trovassi il coraggio di prendere la penna ed iniziare a scrivere: in realtà, avevo ceduto solo in parte alla richiesta, in quanto, cercando di fuggire da quel compito così ostico, avevo trovato il compromesso che mi avrebbe salvato dalle mie debolezze e permesso di non affrontarle; raccolsi, infatti, con gran semplicità ed ordine le riflessioni nate in meditazione nel corso degli anni.  Impiegai un anno a scartabellare centinaia di quaderni, a dividere gli argomenti e a dare un senso logico al tutto: molto soddisfatta mi recai da un un caro amico, un lama buddista, per mostrargli il mio immenso lavoro e averne un parere a proposito.  Fu così che il mio castello di carte crollò miseramente al suolo, mettendo a nudo la mia paura di mettermi in gioco, e di fronte al suo "E in tutte queste parole tu dove sei?", mi rimboccai le maniche e ricominciai la stesura da capo, scrivendo della mia esperienza e rendendo il libro più personale: mi ci vollero due anni e fu un'opera titanica.
Così nacque "IL CORAGGIO DI ASCOLTARSI guardare alle cose cambiando prospettiva" e mai titolo e consiglio furono più centrati di questi. 
Perchè oggi ho scritto tutta questa pappardella? Perchè sono immersa nella stessa situazione di 9 anni fa. In meditazione è arrivata l'intuizione per un nuovo volume e sono alle prese con un tenace tentativo di ostruzionismo volto ad evitarla. Sono pronta a svelare una nuova paura che mi appartiene. Mi ci vorranno 6 mesi di resistenze, tanta fatica e 3 anni di scrittura e riscrittura? Non so, ma forse quando si è già fatta esperienza una volta, la seconda procede più speditamente. Nel frattempo la quotidianità mi donerà gli spunti necessari ad approfondire il sentire: le presentazioni rientrano di buon grado tra gli stimoli migliori.
Mercoledì sera, 6 dicembre, sarò alla Biblioteca di Piobesi Torinese e dialogherò con Giancarlo Caselli, psicologo clinico ed editore che stimo moltissimo. Giancarlo ha scritto la prefazione alla ristampa del Coraggio e per me è stato un grande dono. 
Chissà che l'incontro di mercoledì e quello del 15 Dicembre al Centro Pannunzio di Torino (alle 18), sempre in compagnia di Giancarlo, siano una svolta importante a sciogliere i freni inbitori che ancora mi trattengono dal mettermi in gioco per la seconda volta con grande profondità. 
E guai a chi mi dice che la scrittura non è terapeutica! ;-)





sabato 11 novembre 2017

LA CONFUSIONE

Essere bambina, ragazza, donna, oggi, non è semplice. Essere bambino, ragazzo, uomo, oggi, non è semplice.
I  ruoli, che per tanto tempo hanno caratterizzato la figura maschile e femminile, sono crollati, lasciando in eredità una crisi d'identità che coinvolge tutti indistintamente dal genere.
Il grande cambiamento intervenuto con l'acquisizione di una maggiore indipendenza femminile ha stravolto gli schemi relazionali e ha acuito l'insicurezza insita nella mancata comprensione di chi siamo. Ognuno di noi ha in sè una parte maschile e femminile ed è il loro disequilibrio o la loro armonia a formare la realtà con cui ci confrontiamo. Se proviamo rabbia verso una parte di noi stessi e non la riconosciamo, inevitabilmente, esploderemo questa aggressività all'esterno per alleggerirne il peso: se non sentiamo questa emozione così distruttiva, infatti,  possiamo illuderci non esista. Questo tipo di atteggiamento annulla anche la lealtà all'interno dello stesso genere (cioè, con se stessi) dando vita nella quotidianità ad una lotta tra più schieramenti diretti e generati dagli schemi mentali dell'educazione e resi sempre più rigidi dalle esperienze vissute. Alla base di tutta questa confusione, la paura di ascoltarsi, di riconoscere le proprie emozioni e debolezze, di vedersi al di là della maschera sociale che ci nasconde. Solo un profondo lavoro individuale potrà trasformare questa confusione, in quanto solo nel momento in cui io riesco a essere in armonia dentro di me e a fare pace con le mie parti, sarò in grado di manifestare questo equilibrio.
Disperdiamo, con grande inconsapevolezza, tutte le nostre energie all'esterno in battaglie senza senso, dimenticando che il significato più profondo del nostro essere qui ed ora è crescere, ricordando la nostra unità.






giovedì 19 ottobre 2017

RESPONSABILITA'

Oggi vorrei soffermarmi a riflettere sul termine responsabilità. 
Ogni volta che compio una scelta consapevolmente mi assumo la responsabilità di quella scelta. Nel momento in cui la compio, infatti, la scelta corrisponde esattamente a quello che sento risuonare nel mio cuore. Quando mi assumo la responsabilità di una scelta, mi impegno a rispettarla coinvolgendo altre persone solo dopo averle lasciate libere di scegliere a loro volta o senza pesare su altre persone (che in caso contrario subirebbero passivamente il peso della mia scelta).
Nel tempo posso crescere e trasformarmi e rendermi conto che una scelta fatta tempo addietro non è più in linea con chi sono diventato. A quel punto devo trovare il coraggio di operare una scelta differente e assumermene la responsabilità.
E la coerenza con quanto si è scelto? Potrebbe facilmente essere un appunto, al quale mi sento di ribattere in questo modo: "Una scelta non è mai una condanna a vita, ma un'esperienza che sono pronto a fare." La vita è cambiamento e il rimanere ancorati all'immobilità di una scelta per coerenza cela una paura o una debolezza che non voglio accogliere.
Ogni cambiamento richiede un sacrificio da parte nostra, un lasciar andare per fare spazio a ciò che non si conosce e questo può spaventare. L'abitudine e la stabilità ci danno sicurezza e spesso preferiamo mantenere le scelte fatte (anche se non ci fanno stare bene) per non rinunciare ai nostri punti di riferimento esterni.
Siamo disposti a pagare un prezzo molto alto per mantenere il controllo della situazione. E questo prezzo lo sotterriamo dietro a tante belle parole per non ammettere con noi stessi che non abbiamo il coraggio di andare oltre.
Gente strana noi umani carichi di responsabilità.



Galleria di Rosazza


sabato 14 ottobre 2017

OGNI FINE E' UN NUOVO INIZIO

Ogni Fine è un nuovo Inizio. 
Dura da accettare, ma è proprio così. 
Perchè fatichiamo così tanto ad accettarlo? 

Perchè  noi umani dal freno a mano tirato tendiamo a focalizzarci solo sul senso di mancanza che la fine di qualcosa genera in noi. Non riusciamo a guardare oltre. Resistiamo tenaci all'idea del cambiamento, rafforzando la percezione distorta che la fine di qualcosa coincida con la morte, il buco nero che tutto inghiotte senza curarsi dei nostri sentimenti. Sarebbe sufficiente aprire il grandangolo, per comprendere che non è così. Il cambiamento è vita, mentre è la staticità dell'immobilità delle cose sempre uguali ad avvicinarci maggiormente alla morte. Una morte lenta e inesorabile dei giorni sempre uguali a se stessi. Eppure noi consideriamo l'abitudine stabilità e ritroviamo in essa la bara in cui accomodarci al riparo dagli scherzi della vita. Gente strana noi umani che abbiamo fatto del parcheggio il viaggio. Un viaggio che si ferma ancor prima di cominciare perchè ciò che non conosciamo ci spaventa da morire (!!! battutaccia). Ed ecco il guerriero difensore del tutto uguale ergersi a menar fendenti a qualsivoglia tentativo di innovazione e la mente, sua alleata, a supportarne l'intento con giudizi, giustificazioni e paure. Così nascono le resistenze, le nostre strenue resistenze al cambiamento e la fatica dello scontro.
Non ha più importanza il fatto che l'abitudine mi crei disagio e mi prosciughi energeticamente, il fatto che io sia cambiato e le situazioni debbano supportare la mia trasformazione: ho talmente paura che me la faccio sotto e preferisco lo status quo delle cose sempre uguali. Se poi gli altri si permettono di giudicare ogni presa di posizione differente dall'abitudine, il gioco è fatto. Sono morto in partenza: al mio guerriero difensore del tutto uguale e alla mia mente si allea pure il pubblico del mio teatrino personale. Le forze scemano e mi accascio al suolo di fronte ad un esercito di tal portata.
Risultato? Ingoio rospi, rane  e raganelle e continuo imperterrito a fare come ho sempre fatto.
Fino al crollo psico-fisico. A quel punto, però, sono oggettivamente senza forze e cambiare le cose diviene molto più complicato.
Ribaltiamo lo schema. Se una responsabilità che  ho scelto in passato diviene un peso intollerabile per via della mia trasformazione e diviene una responsabilità espansa che si disperde su chi mi sta intorno (e non l'ha scelta) è importante prenderne consapevolezza e trovare il coraggio di ammetterlo con se stessi. Le scelte che operiamo consapevolmente sono necessarie alla nostra crescita e va da sè che cambiano nel tempo. Il movimento fa parte della vita e dell'evoluzione personale e nel momento in cui ci blocchiamo, rinunciamo al viaggio che abbiamo intrapreso con la nascita. Un po' come scegliere di restare sempre bambini perchè le responsabilità ci fanno paura o ci richiedono un impegno di cui non vogliamo farci carico. 
Se la vita si sviluppa nel movimento vi è un significato più profondo di quanto le nostre menti dal freno tirato possano comprendere. Il nostro viaggio è allo stesso tempo il viaggio di chi amiamo, di chi ci accompagna, di coloro che incontriamo e di coloro che semplicemente incrociamo o vediamo da lontano. Ogni viaggio ha un suo percorso ben preciso ed ognuno è responsabile solamente del proprio viaggio personale (mentre a volte ci espandiamo così tanto - al contrario di coloro che scelgono l'infanzia come modo d'essere - da sentirci responsabili per il mondo intero). Gli eventi e i cambiamenti si sviluppano sempre per il nostro sommo bene, per indurci a scegliere e andare oltre: avendo dimenticato la fiducia in un progetto più grande, ci limitiamo a guardare il tutto con un macroobiettivo focalizzato sul nostro essere vittime e così non riusciamo più a cogliere il senso di quanto sia naturale che la fine di qualcosa sia semplicemente un nuovo inizio. Per noi e per gli altri.





mercoledì 11 ottobre 2017

RESPIRO

Ascolto il respiro.
Mi accorgo che non è fluido e libero di espandersi.
Ascolto il respiro.
Muovo il corpo e predispongo il mio essere all'apertura.
Le spalle sono tese
e manifestano la loro tensione alla chiusura.
Ascolto il respiro.
Emerge la paura.
Paura di meritarsi la libertà.
Paura di rimettersi in gioco.
Paura di ammettere le proprie debolezze.
Paura di accogliere il senso di non attaccamento
che sta prendendo forma dentro di me.
Paura a lasciar andare il senso di responsabilità espanso che mi definisce.
Paura a riconoscermi nell'ombra che mi appartiene.
Paura a seguire il sentire
lungo la via solitaria del cuore.
Ascolto il respiro.
E' più sciolto.
Ho fatto luce sui miei demoni.
Ascolto il respiro,
lo espando
e mi apro alla vita.

www.ildiamantearcobaleno.com

Creazione di Eddy Seferian


martedì 27 giugno 2017

RESISTENZE

Resisto, fuggo, divago.
Mi accorgo di avere paura
a sprofondare ancor più nel dolore.
Il corpo è scarico e devo prenderne atto.
Riposo e ricerco la leggerezza dell'attimo.
Il corpo recupera forza e armonia,
ma la resistenza non si placa:
ora è mentale.
E' necessario uno sforzo consapevole
a disgregare lo schema dell'apatia.
Muovo i primi passi incerti:
le radici sono scese in profondità e li accompagnano.
Procedo con lentezza, 
ma non fatico a camminare.
L'immobilità è giunta a compimento
dando vita ad un nuovo inizio.
Sono pronta a trasformare il dolore
in storie di guarigione.






venerdì 9 giugno 2017

ASCOLTO LE EMOZIONI

Ascolto le emozioni.
Il respiro mi rimanda agitazione:
è corto e trattenuto.
Ascolto l'agitazione:
non sono in pace con me stessa, 
qualcosa turba la mia serenità,
percepisco un blocco.
Affondo nell'immobilità che il mio stomaco mi trasmette.
Assenza di libertà e di movimento
vincolano l'agire:
mi sento in colpa.
Il cuore accoglie ciò che la mente giudica
e si crea la stasi.
Respiro profondamente.
Ascolto le emozioni.
Le spalle diventano pesanti:
sento la responsabilità di disgregare gli schemi.
Sciolgo la tensione con il movimento e respiro, profondamente.
La mente tace, ma percepisco la stanchezza del corpo e la sua rigidità.
La paura ha fatto il suo ingresso trionfale
e le preoccupazioni la circondano.
Respiro e faccio spazio alla consapevolezza.
Ci sono scelte nella vita
che richiedono coraggio.
Il coraggio di essere se stessi.