martedì 2 marzo 2021

CI SIAMO PERSI

Ci siamo persi nell'irrazionalità della paura. Ci siamo persi nella confusione delle informazioni. 
Abbiamo perso il nostro centro ed eretto barriere. Ci siamo chiusi in castelli fortificati pronti a combattere battaglie tese al soddisfacimento dei nostri bisogni senza esclusione di colpi.
Abbiamo smesso di vederci e di vedere. Siamo collassati in un limbo di insoddisfazione e aggressività.
Abbiamo confuso la sensibilità con la fragilità, il rispetto con l'aggressività. Abbiamo smesso di sentire il battito del cuore e di percepire la nostra umanità.
Le parole si sono trasformate in lame taglienti, gli sguardi in specchi oscurati.
Le mascherine e la mancanza di relazioni sociali dirette ci hanno deresponsabilizzato, allentando freni inibitori e potenziando egoismo e indifferenza.
Ci lamentiamo della realtà incapaci di riconoscerla come parte di noi.
Il Covid ci ha tolto l'ossigeno o abbiamo iniziato a respirare male autonomamente? 
Presi dalle nostre vite frenetiche e dall'illusione di poter controllare tutto avevamo tempo di fermarci e dilatare i polmoni in un respiro profondo?
Abbiamo smesso di vivere molto prima del Covid, ma non ce ne rendevamo conto.
Così come ora ci inalberiamo per le chiusure che ci limitano, senza renderci conto che la chiusura è già dentro di noi. Non possiamo più disperdere all'esterno l'energia trattenuta al nostro interno e ci sembra di morire. Buffo. 
La nostra mente, grande creatrice di illusioni e giustificazioni, si è arrugginita un po' anche lei lasciandoci nel gorgo di emozioni mai elaborate.
Ci siamo persi per strada il discernimento e la compassione, verso noi stessi in primis.
E quando ti perdi cosa fai?
Cerchi un punto di riferimento. 
Sento in lontananza un battito sordo e dimenticato. Non lo riconosco. Mi avvicino con cautela. Ho paura. Sono nudo, come il mio cuore abbandonato.



Foto Donatella Coda Zabetta






sabato 20 febbraio 2021

LA MEDITAZIONE DELLA SCATOLA

Oggi ero particolarmente in crisi in merito ad un progetto che sto portando avanti. La percezione provata era quella di essere rinchiusa in una scatola senza via d'uscita.
Quando mi capita di trovarmi in situazioni simili mi metto in meditazione per aprirmi a nuove prospettive di osservazione. 
Quando ci si sente chiusi in una scatola si tende, infatti, a focalizzarsi sulle pareti e sul soffitto della stessa acuendo il senso di impotenza provato.
In meditazione, al contrario, tutto è possibile e il punto di partenza è proprio quello di stare nel disagio.
Mi sono vista nella posizione del loto sulla base della mia scatola chiusa e l'ho osservata cercando di immaginare una via d'uscita al di là dei limiti della razionalità.
Subito ho immaginato di avere un taglierino e di agire sui quattro spigoli verticali. Non ho risolto nulla: a seguito di un'ulteriore azione tesa a creare un varco attraverso gli spigoli, il soffitto mi cadeva sulla testa.
Ho immaginato di tagliare due spigoli opposti, ma l'esito è stato lo stesso.
Perchè non tagliare il soffitto? Sbam, tutto intero sulla testa.
Al che ne ho tagliato metà e mi sono riparata dalla caduta della metà tagliata sotto a quella rimasta intatta. Poi ho appoggiato la metà tagliata a quella rimasta intatta per salire sopra la scatola e ho nuovamente utilizzato la parte tagliata per scendere dalla scatola dalla parte opposta.
Ce l'avevo fatta. Avevo la risposta che serviva ad uscire dall'impasse del mio progetto.
Ovviamente non starò a spiegarvi il significato recondito della meditazione, ma questo esercizio si è rivelato funzionale a disgregare il senso di impotenza provato.
A chi di voi non è mai capitato di sentirsi rinchiuso in una scatola?
Provate a fare una meditazione di questo tipo, accantonando il problema, per stare nel disagio.
Sono certa vi saranno vie d'uscita funzionali per ciascuno di voi. In fondo si tratta solo di una scatola.
Buon lavoro!



Foto Donatella Coda Zabetta


venerdì 12 febbraio 2021

UN SILENZIO ASSORDANTE - LA VIOLENZA OCCULTATA SU DONNE E MINORI - PATRIZIA ROMITO

 Prima di iniziare la stesura di "LEILA UNA STORIA COME TANTE" ho approfondito i temi che desideravo trattare sia con un lavoro interiore personale e di gruppo sul femminile sia con la lettura di parecchi volumi di cui ho allegato una ridotta bibliografia alla fine del romanzo.

Quando ho iniziato a scrivere di Leila sui social  sono rimasta molto colpita dalle reazioni scaturite a proposito della violenza sulle donne. A stupirmi sono stati soprattutto i commenti delle donne sulle donne. Forse perché inaspettati: la rinuncia alla propria identità di genere per conformarsi ad uno stereotipo  è, a mio avviso, fonte di grande inconsapevolezza. 
Al contempo ho prestato maggiore attenzione alle notizie che quotidianamente ci vengono proposte dalla stampa in merito ai tanti, TROPPI, atti di violenza perpetrati nei confronti delle donne.
Questo sommarsi di informazioni mi ha indotto ad approfondire ulteriormente l'argomento e impostare una tesi sperimentale in psicologia sociale a completamento del percorso triennale di studi in Scienze e Tecniche  Psicologiche iniziato nel 2019.
Sto vagliando l'ampia letteratura scientifica sull'argomento e durante questo lavoro di ricerca mi sono imbattuta in un libro denso di informazioni e molto destabilizzante.
Il volume di Patrizia Romito, docente di Psicologia Sociale all'Università di Trieste.
Ho iniziato a leggerlo un paio di settimane fa e nonostante sia di sole 218 pagine ne sto finalizzando la lettura oggi in quanto ho dovuto dedicarmici a piccole dosi.
Il contenuto di questo volume è così drammaticamente intenso da travolgerti. E lo fa con indescrivibile forza per via dei dati scientifici che ne completano la trattazione.
Ancora una volta sento nel cuore che il lavoro iniziato con Leila è determinante per la crescita evolutiva di un femminile confuso. Non vi può essere equilibrio interiore senza un lavoro di consapevolezza teso a riconoscere la natura femminile in un contesto che non la riconosce. E non mi riferisco solo alle donne (anche se ritengo che questo lavoro debba iniziare da loro), ma anche agli uomini: a tutti coloro che sono pronti a rimettersi in gioco.






domenica 7 febbraio 2021

LA CHIAVE

Aveva osservato a lungo quella chiave. L'aveva riposta nel cassetto del comò tanto tempo fa. Tanto da dimenticarsene. Quando l'aveva ritrovata era rimasto sorpreso. Sapeva bene quanto gli era costato disfarsene, ma non aveva avuto il coraggio di buttarla via.
Ci sono sensazioni chiare, a volte, sebbene insopportabili. Lui lo sapeva. Come quando aveva sentito di dover riaprire quel cassetto. 
Si passò la chiave tra le mani e la soppesò tra lo stupito e il preoccupato. 
Ora che ne avrebbe fatto? 
Una cosa era certa: quella chiave scottava. Tanto da rendere faticoso il trattenerla.
Non capiva. Non capiva se stesso. 
Non apriva quella cantina da anni. Non aveva più voluto entrarci. Troppi ricordi feroci.
Cosa era cambiato da allora?
Lui era cambiato. La sua vita era cambiata. Drasticamente.
Ci sono ferite che non si rimarginano mai e con le quali devi imparare a convivere. Per sopravvivere. Per andare avanti.
Ripensò al passato e il buco nero dei ricordi lo fagocitò. Si sentì risucchiare da un vortice buio a cui oppose immediata resistenza. Percepì la lama del coltello affondare nella sua schiena all'altezza dello sterno e trattenne il respiro. Non poteva continuare così.
Avrebbe affrontato il passato ancora una volta. Non che non ci avesse provato prima, certo, ma ora il ritrovamento di quella chiave non lasciava scelta.
Scese le scale cauto, mentre il suo respiro accelerava con il cuore.
Quando giunse di fronte alla porta della cantina, osservò le ragnatele che nel tempo l'avevano ricoperta. Stentava a credere fosse parte della sua casa.
Con le mani scoprì la serratura e inserì la chiave. Un brivido lo scosse. 
Era sicuro di volerlo fare? 
Provava una paura sorda e paralizzante, irrazionale. Era un uomo adulto ormai. 
Esplose in una risata nervosa e girò la chiave nella toppa, afferrò la maniglia e aprì la porta. Cercò l'interruttore della luce e lo schiacciò. Buio pesto. La lampadina doveva essersi bruciata.
Prese l'accendino dalla tasca e illuminò la stanza. Era tutto esattamente come lo aveva lasciato.
Sul tavolo il coltello. Lo osservò avvicinando la piccola fiamma. Il suo sangue giaceva raggrumato sulla lama. Lo toccò come a sfidare la sua stessa vita. Era solo sangue secco. Avvicinò la fiamma alla lama e attese che quel sangue svaporasse via come per magia. 
Non aveva mai pensato di prendere in mano quel coltello, ma l'averlo fatto lo faceva sentire al sicuro. Poteva controllare la situazione. Poteva disfarsene finalmente.
Decise di bruciarlo. Salì al piano di sopra e lo buttò nel camino dove il fuoco ardeva scoppiettante. Il manico di legno bruciò immediatamente lasciando la lama scoperta e inutilizzabile. 
Fece un sospiro di sollievo, recuperò scala e lampadina e scese in cantina. Pulì con un panno la piccola finestrella che dava sul cortile per aver più luce e sostituì la lampadina. Quando accese la luce la cantina era un vero disastro di polvere e ragnatele.
Prese secchio e stracci e iniziò a pulirla a fondo. Quello spazio in casa gli avrebbe fatto comodo.
Non era più necessario chiudere la porta a chiave.






venerdì 29 gennaio 2021

IL FAGGIO E LA LUNA

 Stamane, poco prima dell'alba, una splendida luna piena filtrava tra i rami del mio amato faggio. Un albero che amo e che ho fortemente voluto nel mio giardino. Quando me lo portarono era già abbastanza grande e durante il trasporto fu scortecciato. Questa ferita lo debilitò così tanto che ebbi paura non ce la facesse a riprendersi. Lo curai con il mastice per mesi e lo difesi dagli insetti che cercavano continuamente di annidarsi in quella fessura aperta nella corteccia. Ci vollero anni affinché divenisse lo splendido albero attuale. So che può sembrare assurdo, ma nella sua storia mi sono rivista e curandolo è guarita una parte di me. Per questa ragione quando ho visto la luna piena illuminarlo il mio cuore ha fatto un sobbalzo.
Il connubio perfetto. Due simboli importanti nella mia vita. La sconfinata bellezza di un albero nudo e illuminato di fronte al suo lato ombra. La notte a incorniciarlo.
Spesso leggo pensieri di sconforto e di smarrimento di fronte a quanto sta accadendo: come se il buio della notte che stiamo attraversando non dovesse finire mai. E' naturale sentirsi nudi e impotenti davanti alla pandemia e alle sue conseguenze. E più opponiamo resistenza o ci agitiamo, più queste percezioni si faranno forti e ci destabilizzeranno.
Il faggio ci insegna a stare nella fredda notte invernale con apparente immobilità. La luce che lo illumina è riflessa e deriva dal sole interiore che palpita al suo interno pronto a manifestarsi in primavera con inalterata fiducia.  
C'è un tempo per ogni cosa. L'attesa è fonte di maturazione e consapevolezza quando si ha il coraggio di accogliere la propria nudità.



Foto Donatella Coda Zabetta