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venerdì 31 marzo 2023

CAMBIAMENTO

 Hai notato quanto la vita sia impegnativa
quando tenti di programmarla in ogni suo istante?
Accogli gli imprevisti 
come semplici deviazioni
utili al dispiegarsi degli eventi.
Sii aperto al cambiamento.


Foto Donatella Coda Zabetta

martedì 14 febbraio 2023



Essere aperti al cambiamento è rispettare sé stessi e gli altri.

Non pensare e non soppesare:

accogli.


Foto Donatella Coda Zabetta


sabato 12 febbraio 2022

UCCS - UFFICIO COMPLICAZIONE COSE SEMPLICI: RESISTERE AL CAMBIAMENTO

 Quando viviamo una situazione destabilizzante, che altera il nostro equilibrio e ci porta a perseguirne uno nuovo, tendiamo inconsciamente a opporre resistenza per mantenere lo status quo. Non ci piace cambiare la nostra vita, il nostro modo di essere e di rapportarci agli altri: in fondo l'abitudine ci dona quella parvenza di stabilità che ci fa sentire al sicuro. Rinunciare a ciò a cui siamo abituati ci fa paura: ci scombussola profondamente e porta a galla le nostre fragilità. Le fragilità che giacevano silenti all'ombra della nostra illusoria sicurezza. 
Il cambiamento nasce dalla presa di coscienza della nostra vulnerabilità e dalla sua accettazione. Passaggio complesso e faticoso che sconfina il più delle volte nell'UCCS: l'Ufficio Complicazione Cose Semplici (espressione che mi piacque moltissimo quando il Professore di Matematica la usò con mia figlia in merito alla sua arzigogolata maniera di risolvere i problemi). 
Cosa significa esattamente? Che per andare dal punto A al punto B, invece di farlo in modo lineare, passiamo dal punto C, poi svoltiamo sul punto D, ritorniamo al punto E, ci fermiamo al punto F per riprendere dal punto G (😂)  e risalire al punto H fino a giungere a B. 
Come si traduce questa immagine in pratica?
C, D, E, F, G, H rappresentano la manifestazione delle resistenze inconsce che si attivano rendendo il nostro percorso lungo e tortuoso. Ci sono necessarie? Evidentemente sì, perché abbiamo bisogno di tempo per digerire le nostre debolezze e trasformarle in solide fondamenta da cui partire a costruire noi stessi.
Immaginate una costruzione in mattoni: i mattoni che rappresentano le qualità che ci piacciono sono solidi e visibili, mentre quelli che rappresentano le nostre fragilità sono trasparenti (vorremmo non vederle). Come fa una costruzione zeppa di buchi a innalzarsi e a crescere? 
Forti di questa consapevolezza, osserviamo con maggiore oggettività i mattoni invisibili nell'ambito dell'intera costruzione e prendiamo atto della loro importante funzione. 
L'UCCS serve a questo: a recuperare i mattoni invisibili e farne dei punti di partenza per procedere oltre.
Ecco perché quando viviamo un periodo faticoso e destabilizzante le difficoltà sembrano aggiungersi giorno dopo giorno a complicarci la vita: siamo finiti nell'UCCS.
Inutile dire che usciremo dall'UCCS più completi rispetto a quando ne siamo entrati e il punto B sarà il punto di partenza per un nuovo viaggio alla riscoperta di noi stessi.



Foto di cottonbro da Pexels

mercoledì 2 ottobre 2019

RESISTERE AL CAMBIAMENTO

Ogni giornata inizia con un cambiamento: il risveglio. 

E se riflettiamo su questo particolare, possiamo osservarci proprio al momento del risveglio per conoscere meglio il nostro approccio in relazione al cambiamento.
C'è chi vive il risveglio con tonicità ed entusiasmo, chi non vorrebbe alzarsi mai e chi lo fa con enorme fatica. Poi c'è chi non ha chiuso occhio tutta la notte e darebbe qualsiasi cosa per addormentarsi seduta stante.
Ci sono periodi in cui abbiamo voglia di alzarci, altri in cui solo un tenace atto di volontà ci induce a farlo. Se ripensiamo ai nostri risvegli da questa prospettiva, gli stimoli di riflessione sono numerosi.

Oggi come mi sono svegliato?

Il cambiamento prende forma con il movimento: trasforma la stabilità dell'abitudine e dell'immobilità in qualcosa di nuovo e di sconosciuto.
Per questo il cambiamento spesso fa paura e opponiamo ad esso resistenza. Tendiamo a voler mantenere il più possibile intatta la situazione di cui abbiamo il controllo, anche se non ci soddisfa pienamente. Perdere il controllo ci destabilizza, ci richiede un centro interiore equilibrato e capace della flessibilità necessaria all'apertura verso qualcosa che non conosciamo. 
Quando il nostro centro è traslato su persone, oggetti o situazioni esterne, ecco che la loro mancanza ci manda in tilt. Ci sentiamo in balia degli eventi come una fragile barchetta in un mare in burrasca. Diveniamo ansiosi, tristi, irrequieti, arrabbiati, depressi. Abbiamo dimenticato come avere fiducia in noi stessi e nelle nostre capacità. Siamo così dipendenti dal mondo esterno da apparire come burattini abbandonati, che in mancanza di qualcuno in grado di tirare i fili al posto nostro, giacciono inerti. 
Quando questo accade, abbiamo una meravigliosa opportunità a nostra disposizione: quella di rendercene conto. Abbiamo la possibilità di realizzare quanto fossimo legati ad un'immagine di noi stessi (di persona di successo, di moglie o  marito, di padre o madre, di figlio o  figlia...), tanto da perdere di vista la nostra identità. Come se il ruolo avesse il potere di definirci. 
Solo con il movimento possiamo manifestarci e conoscerci meglio. Con le nostre scelte, le nostre azioni, i nostri pensieri in relazione alla vita che si dispiega. 
Potremo cadere e rialzarci, affinare la mira, incontrare gioie e dolori, crescere e maturare. E magari un giorno, chissà, risvegliarci per davvero.



Ad uso gratuito (CCO) - Pexels



sabato 9 febbraio 2019

LA SVOLTA

Ci sono momenti in cui la tua vita sembra arenarsi. 
Quando questo accade vi possono essere molteplici ragioni. 
Puoi aver esaurito le energie per aver chiesto al tuo corpo più di quanto fosse in grado di darti e in tal caso il riposo è fisiologicamente necessario per recuperare le forze. Se questo bisogno essenziale non viene ascoltato si trasformerà in malattia rendendo il fermo oltre che forzato, anche molto doloroso. 
La vita stessa può fermarti, facendo tracollare la tua realtà (perdita del lavoro o finanziaria, separazione, lutto). In questo caso il mondo esterno si ferma per permetterti di portare l'attenzione all'interno. Sono i momenti più difficili a farti crescere ponendoti di fronte alle tue paure, fragilità, ferite irrisolte, emozioni.
Oppure puoi fermarti per scelta, per inerzia o per abitudine. Scegli l'immobilità di fronte alle difficoltà o rinunci al movimento per tutelare la tua stabilità (si fa per dire, ovviamente) senza infamia e senza lode, per comodità.
Ci sono momenti in cui la tua vita sembra arenarsi.
Sono i momenti della svolta.
Se hai il coraggio di accoglierla.



Foto di Tom Leishman da Pexels

giovedì 22 novembre 2018

UMANI IN TRASFORMAZIONE

Avete mai fatto caso agli impercettibili cambiamenti che ci coinvolgono continuamente?

Siamo in continua trasformazione.
Ogni evento, ogni parola, ogni gesto
ha il potere di cambiare qualcosa di noi, in noi.
Possiamo aprirci alla vita con fiducia
o chiuderci ad essa per difenderci dalle nostre paure.
Possiamo crescere, maturare, metterci alla prova, sperimentare
oppure
possiamo barricarci, rinunciare, bloccarci.
Il cambiamento che ci appartiene 
è frutto delle nostre scelte,
che esse siano consapevoli o inconsapevoli.



Ad uso gratuito (CCO) - Pexels


venerdì 23 marzo 2018

SOLE DI PRIMAVERA

La luce inonda la stanza
e il sole primaverile illumina lo sguardo.
I colori della natura
disegnano il cambiamento.
La quercia trattiene le ultime foglie secche 
mentre l'olmo mostra le prime gemme.
Ognuno  percepisce questa  apertura alla vita
a suo modo
esprimendo le infinite sfumature della bellezza.




venerdì 2 marzo 2018

ASSOCIAZIONE LA CASA DI SABBIA ONLUS

Oggi ho scelto di parlarvi di un'associazione italiana - LA CASA DI SABBIA ONLUS che supporta i bambini con disabilità e le loro famiglie.  Perchè oggi?
Perchè proprio in questi giorni, sui social, sono state postate moltissime foto su quello che sta accadendo in Siria e in molti hanno accolto l'invito ad esprimere sgomento, rabbia e il loro senso di impotenza di fronte alla mostruosità degli eventi. Ciò che sta succedendo in Siria è allucinante, ma, purtroppo, nel nostro piccolo, non abbiamo la possibilità di intervenire a cambiare le cose.
Possibilità che ci appartiene però, se guardiamo con maggiore umiltà e consapevolezza al disagio che ci circonda e per il quale possiamo adoperarci attivamente. 
Infatti, qui è insita la grande differenza: vogliamo veramente fare qualcosa in direzione dell'aiuto o ci basta affermare che vorremmo tanto adoperarci in tal senso, ma non possiamo?
Ci sono molte associazioni come questa nelle nostre comunità e vi è molto disagio anche intorno a noi: la possibilità di renderci utili  mettendo, ad esempio, a disposizione parte del nostro tempo o le nostre capacità, è sempre presente. 
La domanda che dobbiamo porci è se siamo veramente disposti a rimboccarci le maniche e ad aprire gli occhi sulle situazioni di disagio che ci sono vicine (e sono tante) per divenire parte attiva nel cambiamento, rimanendo coerenti con le parole che scriviamo ed esprimiamo, a volte, con troppa superficialità.
L'atteggiamento di indifferenza che sembra aver congelato i cuori si manifesta proprio nell'assenza di una presa di posizione personale che ci coinvolga concretamente nell'aiuto.
Come diceva Ghandi: "Sii il cambiamento che vuoi vedere avvenire nel mondo."
Un aiuto concreto e silenzioso in ambito locale probabilmente non nutrirà a sufficienza il nostro ego, ma saprà scaldare il cuore di coloro che sceglieremo di accompagnare e il nostro stesso cuore ne gioirà.

Dopo queste parole molto schiette, desidero farvi conoscere meglio LA CASA DI SABBIA ONLUS, attraverso la sua Presidente Agnieszka Stokowiecka e il suo bimbo Hervè. Riporto la storia di Hervè, come la potete leggere dal sito dell'Associazione, così che possiate comprendere meglio il senso delle parole che ho espresso in modo così diretto . 

Questo è il link su  Come sostenere l'associazione nel modo che più risponde alle vostre esigenze, anche solo condividendo questo post e diffondendolo in rete così che le persone pronte ad essere parte attiva nel "cambiamento" possano intervenire in direzione dell'aiuto.
Grazie a tutti.

Donatella Coda Zabetta

La storia di Hervé
Herve-la-casa-di-sabbia-onlusHervé,
È nato con una malattia che mai nessuno ha diagnosticato anche se abbiamo eseguito tantissimi esami genetici e clinici.
L’unico segno evidente appena nato era una malformazione alla mandibola, aveva e ha tutt’oggi il mento sfuggente.
Lo scatolone che contiene tanta carta sul suo stato di salute ha viaggiato presso numerosi ospedali in Italia, in Europa e anche negli Stati Uniti, ma nessuno ha mai saputo dare un nome alla sua condizione, una prospettiva, una speranza di cura, mai nessuno ha visto un caso come il suo. La sua è una malattia ultra-rara. L’unica cosa certa che alcuni dei nervi cranici non funzionano bene. Si tratta di quei nervi particolari che invece che dal midollo spinale partono direttamente dal tronco encefalico e che servono a fare molte cose tra cui deglutire, succhiare, tossire, fare delle smorfie e muovere gli occhi. Queste cose Hervé non riesce a farle o le fa molto male. Non siamo mai riusciti a dargli un biberon e non ha mai sorriso.
Oltre a tutto ciò non ha molta forza nei muscoli. E nessuno sa dirci perché. Hervé controlla male la testa, non sta seduto, non sa tenere in mano un gioco neanche per due secondi. Ma ha le gambe funzionanti e con un girello speciale si sposta, insegue sua sorella e va dove vuole, riesce anche a passare attraverso porte più strette del suo girello. Un caso al mondo come dicono i medici.
Emozionalmente si sviluppa abbastanza bene, ma la comunicazione è molto limitata, ha dei problemi con gli occhi, vede, ma non sa fissare lo sguardo a lungo, così come non sa indicare con le mani.
Cerchiamo di continuare a vivere il meglio che possiamo, fare in modo che la sua vita sia la migliore possibile, che sua sorella più grande non viva nell’ombra della malattia, che si salvi lei, perché noi genitori siamo a pezzi.
Le malattie rare sono rare, ma a qualcuno tocca. E' toccato a Hervé.

La disabilità in Italia è un affare di famiglia, soprattutto quando i disabili sono i bambini e quando sono in gravi condizioni.

L’abbiamo scoperto quando è nato Hervé affetto da una malattia altamente invalidante. Nostro figlio ha tre anni e dalla nascita richiede assistenza specialistica continua. Giorno e notte.
Vive grazie al progresso tecnologico portato avanti dalla medicina. Lo stesso progresso non ha riguardato le politiche socio-sanitarie in Italia.
Nostro figlio è a casa con noi, e noi come famiglia facciamo del nostro meglio per garantire a lui le migliori condizioni di vita. Facciamo del nostro meglio per continuare ad esistere come famiglia, ma non vogliamo che la sua disabilità sia solo un affare nostro. Vorremmo essere sostenuti da parte dello Stato con dei servizi adeguati per garantire a lui l’incolumità e nello stesso tempo a noi un po’ di vita.
Le istituzioni pubbliche da più di due anni sono sfuggenti e noi continuiamo a rincorrerle per avere questi servizi assistenziali a domicilio a favore di Hervé.
Due anni.
Sappiamo che in Italia ci sono delle famiglie che rincorrono un sostegno da molto più tempo, altre si sono arrese per mancanza di fondi o tempo perché la famiglia nel frattempo si è disfatta, altre ancora non sanno che possono rincorrere e non hanno il diritto ad essere aiutate.

La nostra storia.

Tutto inizia con la sua nascita il 7 novembre 2014. Fino a questo giorno eravamo una famiglia come tante, avevamo già una bimba di 3 anni e mezzo, una vita normale tra la casa, il lavoro e il mondo da far scoprire ai nostri figli, a scoprirlo assieme. Nulla di particolare, nulla di straordinario.
Poi è nato il nostro secondo figlio.
Dopo circa due mesi passati in ospedale è stato dimesso con la formula dell’ADI – assistenza domiciliare integrata. Essa viene attivata dal Servizio sanitario nazionale per quei pazienti che non sono più in fase acuta e possono essere assistiti a domicilio.
Ci hanno fornito degli strumenti medici indispensabili per la sua sopravvivenza. A casa è stato assistito da noi che abbiamo imparato le manovre che mai ci saremmo immaginati di dover imparare per garantire il bene per nostro figlio: la gestione del saturimetro, la gestione del sondino naso – gastrico per nutrirlo perché non deglutisce e l’aspiratore per liberare le vie aeree e non farlo soffocare. Siamo diventati degli infermieri quasi perfetti, quando vorremmo essere anche un po’ genitori e godere dei momenti di serenità che il ruolo genitoriale porta con sé.
Le prime richieste al Servizio sanitario di poter avere a casa un infermiere solo per un paio di ore al giorno e darci un po’ di sollievo sono andate a vuoto. Era la primavera del 2015, Hervé aveva circa 6 mesi e sua sorella più grande 4 anni. La vita ci ha catapultato in mezzo a una situazione molto grave e delicata.
Scopriamo che i servizi di assistenza infermieristica non erano previsti nel progetto individuale di Hervé di cure a domicilio e secondo l’Azienda USL della Valle d’Aosta non erano possibili da attivare.
Eravamo imprigionati nella nostra casa.
Hervé non usciva praticamente di casa, i suoi spostamenti erano limitati solo per i controlli in ospedale. Noi non uscivamo di casa. Hervé era attaccato ad un saturimento che controllava la respirazione e spesso bisognava aspirare l’eccesso di secrezioni e di saliva per non farlo soffocare. Ogni 20 minuti e qualche volta anche di più.
Il tempo, la fatica e l’angoscia ci stava esaurendo, non tanto fisicamente, quanto psicologicamente. Vedere proprio figlio tra la vita e la morte ci devastava. Vivevamo appesi in questa situazione praticamente soli e più il tempo passava più capivamo che non esisteva una soluzione, non esisteva una cura.

Non si può curare, l’unica cosa che potevamo (e possiamo) fare è prendere cura.

Una domanda che spesso ci tornava in mente era “Ma è possibile che il sistema ci lasci da soli?” e “Quanto possiamo resistere?”.
Si resiste quasi sempre, o forse no. In questi anni di vita di Hervé abbiamo visto varie tragedie dovute all’abbandono delle famiglie che avevano al loro interno una situazione grave da gestire.
Quando Hervé ha avuto circa un anno e le sue condizioni restavano gravi, ma stabili abbiamo tentato l’iscrizione all’asilo nido.
Abbiamo chiesto alle istituzioni di organizzarsi per poter gestire la situazione sanitaria di Hervé, nutrirlo con il sondino naso-gastrico, aspirarlo e tenere la postura corretta all’asilo. Anche in questo caso nessuna risposta concreta, così Hervé non è mai andato all’asilo nido.
Hervé era destinato a restare in casa.
E noi?
Noi con lui.

Come una famiglia può gestire una situazione così grave da sola?

In Italia succede molto spesso che le mamme in situazioni simili non rientrino più al lavoro. Lo fanno per scelta personale, ma lo fanno anche perché non vedono altre soluzioni oppure proprio non ci sono alternative, ossia non esistono i servizi adeguati a domicilio in grado di prendere cura del bimbo in assenza dei genitori.
Loro si sostituiscono allo Stato e restano in casa ad accudire il bimbo disabile.
Queste persone le chiamano caregiver e l’Italia è uno dei pochi paesi dell’Unione Europea che non riconosce tale figura da nessun punto di vista.Sono delle persone che all’interno del nucleo familiare rinunciano alla propria vita per prendersi cura di un disabile o di un non autosufficiente.
Non ci sono molte statistiche o studi sulla loro qualità di vita, loro per il sistema non esistono. Dalle ultime ricerche in teoria non si sa neanche con esattezza quante sono. Sono disoccupate dal punto di vista del mercato del lavoro e tutto il loro tempo lo dedicano ad assistere un familiare fragile.

Non solo la caregiver

Ho sempre immaginato che prima o poi sarei rientrata al lavoro. In ogni situazione bisogna continuare a vivere e io volevo essere una mamma per i miei figli e non solo la caregiver di Hervé. Quando ho comunicato alle istituzioni socio-sanitarie il mio desiderio di rientrare al lavoro almeno per un paio di ore a settimana e quindi la necessità di trovare una soluzione per accudire Hervé in mia assenza mi sono sentita dire che non c’era una soluzione.
Non potevo permettermi di tornare al lavoro perché ho un figlio disabile grave che necessita di essere assistito a domicilio e lo devo fare io.
Mi hanno detto che in Valle d’Aosta non sono mai stati attivati servizi a domicilio a favore di chi era in una situazione come la nostra.
Ho urlato che è discriminatorio, che ogni persona deve poter scegliere, che psicologicamente non ce la faccio più, che umanamente non è possibile. Ho urlato per un paio di mesi, ma le urla non hanno cambiato nulla. Quando Hervé ha compiuto 14 mesi abbiamo assunto a nostre spese un’infermiera pediatrica per poche ore a settimana, per verificare concretamente la possibilità di lasciare a domicilio e in piena sicurezza nostro figlio.
Il costo di un infermiere libero professionista, iscritto all’albo professionale, che può secondo la legge compiere gli atti medici (nutrirlo con il sondino, aspirarlo e garantire l’incolumità) è elevato. A marzo del 2016 sono rientrata al lavoro e l’infermiera 15 ore a settimana è rimasta con Hervé a casa. L’abbiamo pagata noi e nel frattempo abbiamo continuato a chiedere per iscritto i servizi assistenziali a domicilio.
Alla fine, con molta fatica, una soluzione per un anno è stata adottata con il contributo della Regione. Un progetto sperimentale che prevedeva il rimborso della buona parte delle spese dell’assistenza infermieristica. Un anno per monitorare il tutto e poi decidere cosa fare di seguito in modo più definitivo.
A causa dei problemi del bilancio pubblico si sono accumulati i ritardi nei rimborsi e così abbiamo anticipato tanto denaro per i servizi assistenziali a domicilio a tutela di nostro figlio.
Il progetto è finito il 31 marzo 2017 e con estrema fatica e sei mesi di ritardo difficili da sostenere è ripartito per un altro anno (fino a 31 marzo 2018). Si tratta di una soluzione comunque imperfetta perché molto precaria, che non garantisce serenità, anzi crea insicurezza sul futuro.
Hervé richiede un’assistenza continuativa di tipo infermieristico e lo attestano e hanno sottoscritto anche i medici che lo seguono.
Nessuno ha chiesto a noi genitori se siamo in grado di garantire questo tipo di assistenza a domicilio in modo continuativo: psicologicamente, fisicamente, ma anche finanziariamente.
Come famiglia ce la facciamo? Nessuno ha chiesto a me, mamma e donna, se voglio diventare un caregiver e sostituirmi alle istituzioni pubbliche nel prendere cura 24 ore di un disabile, senza aver diritto alla vita familiare, personale e professionale.
Penso che nessuna famiglia possa farcela da sola, che le istituzioni non possano lavarsi le mani e fregarsene dei diritti dei disabili e delle loro famiglie, in particolare, delle donne che spesso non hanno una scelta.

Aiutaci a difenderci da un sistema che da più di due anni ci sta distruggendo, come famiglia, come persone e come cittadini.

Aiutaci ad aiutare anche altre famiglie, che vivono in situazioni simili in silenzio e solitudine. Noi sappiamo che loro ci sono, che hanno bisogno di sostegno, di voce e di coraggio per osare a cambiare.
Da più di due anni ci stiamo difendendo da soli, continuiamo a scrivere, a reclamare le risposte, continuiamo a fare le riunioni con le strutture responsabili e no per discutere del problema di assistenza a domicilio di Hervé.
Infine nell’esasperazione abbiamo fatto anche un esposto in Procura. Tutto questo non ha portato ad una soluzione per nostro figlio e per la nostra famiglia.
Dopo tantissimi mesi di solitudine e di disperazione causate da un sistema inefficace, come mamma e donna, ho deciso che non voglio più stare in silenzio.
Vorremmo trasformare la nostra disperazione in una risorsa, l’Associazione, per noi e per tutte quelle famiglie che non riescono ad ottenere le risposte da parte del sistema, ma non vogliono mollare.

Questa Associazione nasce

  • per sostenere le famiglie con i bambini disabili gravi per i quali il sistema socio-sanitario italiano non prevede soluzioni adeguate per garantire le migliori cure e assistenza a domicilio e preservare la vita famigliare,
  • per aiutare a reclamare i propri diritti, il diritto ad una vita il più possibile normale, anche se con un bimbo disabile grave,
  • per dare un po’ di luce ai fratelli dei bambini disabili e farli uscire dall’ombra nella quale spesso vivono,
  • per analizzare i fenomeni legati alla disabilità,
  • per diventare un punto di riferimento di mamme dei bambini disabili gravi che cercano di non mollare la vita professionale che garantisce a loro non solo l’indipendenza economica, ma anche la realizzazione personale.
Ci puoi aiutare, è semplice! Leggi Come sostenerci.
Agnieszka e Patrick, genitori di Hervé e di Anaïs.
Ti saremo grati se condividerai la nostra storia.

sabato 14 ottobre 2017

OGNI FINE E' UN NUOVO INIZIO

Ogni Fine è un nuovo Inizio. 
Dura da accettare, ma è proprio così. 
Perchè fatichiamo così tanto ad accettarlo? 

Perchè  noi umani dal freno a mano tirato tendiamo a focalizzarci solo sul senso di mancanza che la fine di qualcosa genera in noi. Non riusciamo a guardare oltre. Resistiamo tenaci all'idea del cambiamento, rafforzando la percezione distorta che la fine di qualcosa coincida con la morte, il buco nero che tutto inghiotte senza curarsi dei nostri sentimenti. Sarebbe sufficiente aprire il grandangolo, per comprendere che non è così. Il cambiamento è vita, mentre è la staticità dell'immobilità delle cose sempre uguali ad avvicinarci maggiormente alla morte. Una morte lenta e inesorabile dei giorni sempre uguali a se stessi. Eppure noi consideriamo l'abitudine stabilità e ritroviamo in essa la bara in cui accomodarci al riparo dagli scherzi della vita. Gente strana noi umani che abbiamo fatto del parcheggio il viaggio. Un viaggio che si ferma ancor prima di cominciare perchè ciò che non conosciamo ci spaventa da morire (!!! battutaccia). Ed ecco il guerriero difensore del tutto uguale ergersi a menar fendenti a qualsivoglia tentativo di innovazione e la mente, sua alleata, a supportarne l'intento con giudizi, giustificazioni e paure. Così nascono le resistenze, le nostre strenue resistenze al cambiamento e la fatica dello scontro.
Non ha più importanza il fatto che l'abitudine mi crei disagio e mi prosciughi energeticamente, il fatto che io sia cambiato e le situazioni debbano supportare la mia trasformazione: ho talmente paura che me la faccio sotto e preferisco lo status quo delle cose sempre uguali. Se poi gli altri si permettono di giudicare ogni presa di posizione differente dall'abitudine, il gioco è fatto. Sono morto in partenza: al mio guerriero difensore del tutto uguale e alla mia mente si allea pure il pubblico del mio teatrino personale. Le forze scemano e mi accascio al suolo di fronte ad un esercito di tal portata.
Risultato? Ingoio rospi, rane  e raganelle e continuo imperterrito a fare come ho sempre fatto.
Fino al crollo psico-fisico. A quel punto, però, sono oggettivamente senza forze e cambiare le cose diviene molto più complicato.
Ribaltiamo lo schema. Se una responsabilità che  ho scelto in passato diviene un peso intollerabile per via della mia trasformazione e diviene una responsabilità espansa che si disperde su chi mi sta intorno (e non l'ha scelta) è importante prenderne consapevolezza e trovare il coraggio di ammetterlo con se stessi. Le scelte che operiamo consapevolmente sono necessarie alla nostra crescita e va da sè che cambiano nel tempo. Il movimento fa parte della vita e dell'evoluzione personale e nel momento in cui ci blocchiamo, rinunciamo al viaggio che abbiamo intrapreso con la nascita. Un po' come scegliere di restare sempre bambini perchè le responsabilità ci fanno paura o ci richiedono un impegno di cui non vogliamo farci carico. 
Se la vita si sviluppa nel movimento vi è un significato più profondo di quanto le nostre menti dal freno tirato possano comprendere. Il nostro viaggio è allo stesso tempo il viaggio di chi amiamo, di chi ci accompagna, di coloro che incontriamo e di coloro che semplicemente incrociamo o vediamo da lontano. Ogni viaggio ha un suo percorso ben preciso ed ognuno è responsabile solamente del proprio viaggio personale (mentre a volte ci espandiamo così tanto - al contrario di coloro che scelgono l'infanzia come modo d'essere - da sentirci responsabili per il mondo intero). Gli eventi e i cambiamenti si sviluppano sempre per il nostro sommo bene, per indurci a scegliere e andare oltre: avendo dimenticato la fiducia in un progetto più grande, ci limitiamo a guardare il tutto con un macroobiettivo focalizzato sul nostro essere vittime e così non riusciamo più a cogliere il senso di quanto sia naturale che la fine di qualcosa sia semplicemente un nuovo inizio. Per noi e per gli altri.





venerdì 23 giugno 2017

LEGGEREZZA

Quando le tue radici sono profonde
puoi volare con leggerezza:
il centro è dentro di te.
Puoi accogliere il cambiamento
sicuro delle tue capacità
e consapevole delle tue paure e debolezze.
Puoi scegliere con il cuore,
liberamente,
assecondando i bisogni fisiologici del tuo corpo ed il sentire.
Non ci sono ancore
a fermare il tuo viaggio
nè punti d'arrivo a determinarne il percorso.
Il presente è vita che si dispiega
ogni esperienza è fonte di maturazione e crescita.
La bellezza del volo è la sua libertà.






sabato 30 agosto 2014

PERCHE' SI HA PAURA DI CAMBIARE?

Ci avete mai pensato? 
Spesso si fissa il proprio equilibrio su punti di riferimento esterni, quali la famiglia, il lavoro, le amicizie ... e quando qualcosa cambia ci troviamo persi e confusi.
Il cambiamento è insito nella vita stessa: la crescita e l'evoluzione si sviluppano proprio attraverso di esso. Il pensiero di poter controllare la realtà che si dispiega si basa sull'illusione di poter controllare la vita stessa avendo la capacità di dirigerne il flusso. Questo atteggiamento è molto presuntuoso, e sottende un inconscio desiderio di onnipotenza ;-)
Partendo dal presupposto che tutto fluisce, indipendentemente da noi, cosa ci rende così instabili nel vivere il cambiamento?
La mancanza di centratura interiore è sicuramente determinante: se fissiamo il nostro equilibrio all'esterno siamo come le foglie di un albero ... basta una folata di vento un po' più forte del solito e ci troviamo per terra. Se ricerchiamo la nostra stabilità affondando profonde radici nella terra, il nostro albero crescerà equilibrato e forte, perché trarrà la sua energia dall'interno e quando l'autunno arriverà, lascerà andare le sue foglie accogliendo il susseguirsi delle stagioni con naturalezza.
Analizziamo a questo punto anche la paura di ciò che non si conosce, altro parametro che gioca a nostro sfavore di fronte al cambiamento: se siamo saldi nelle nostre radici non ci mancherà la sicurezza necessaria a vivere ogni trasformazione con serenità. Se invece scegliamo di essere una fogliolina ... ecco che il vento ci farà sentire terribilmente in balia degli eventi, esposti, vulnerabili, impauriti e ci aggrapperemo con tutte le nostre energie all'illusione che nulla possa cambiare mai.