sabato 6 giugno 2020

LA PAURA DEL MOVIMENTO

L'esperienza del lock down a causa del Covid 19 ha lasciato in noi tracce indelebili. Tuttora se ne scorgono le conseguenze nel nostro modo di muoverci nel mondo.
Di colpo ci siamo trovati a fare i conti con l'immobilità e per molti è stato traumatico. Rallentare i ritmi frenetici dell'abitudine ci ha fatto sentire vuoti, persi, impotenti. Le reazioni a queste sensazioni si sono sprecate e hanno spaziato dalla negazione della realtà ad un illusorio tentativo di controllarla.
A dirigere il sentire, la paura. Una paura atavica legata alla fragilità intrinseca dell'essere umani.
E' stato naturale attutire le ombre della paura immobilizzandosi e fingendosi morti. La natura stessa ci mostra quanto questa strategia sia funzionale in caso di pericolo quando la fuga non è possibile.
"Se fermo la mia vita e la immobilizzo, la malattia non può contagiarmi" è stato il pensiero che ha scandito e giustificato le nostre giornate di confinamento e le poche uscite iper protette necessarie a garantirci la sopravvivenza. E poco per volta ci siamo abituati a digerire l'immobilità con i suoi ritmi dilatati, senza tempo, senza impegni e senza socialità. Abbiamo associato all'idea dell'altro quella di pericoloso untore, portatore invisibile di virus, e abbiamo eretto barriere culturali ancor più spesse per difenderci. Il continuo martellamento dei mass media ha potenziato questa percezione.
Con la fine del lock down e la graduale riapertura abbiamo mosso i primi passi in un mondo malato con circospezione, controllando il respiro e allo stesso tempo, con sguardo critico, l'altro. Eravamo già diffidenti verso l'altro: ora abbiamo potenziato i nostri radar difendendo il nostro metro con agguerrita tenacia. E se proviamo a infrangere le regole, veniamo redarguiti.
Abbiamo imparato a essere sterili e mascherati per poter vivere nuovamente una dimensione sociale.
C'è chi si è adattato, c'è chi ha scelto di continuare il confinamento in modo volontario e c'è chi ha optato per un respiro a pieni polmoni isolandosi nella natura.
In ginocchio l'economia osserva l'uomo e le sue strategie confuse mentre la politica esercita il suo controllo senza trasparenza e chiarezza d'intenti.
La tensione in tutto il mondo è tangibile. La paura regna sovrana con il suo scettro di irrazionalità e sparge le sue tentacolari ombre su menti congelate e poco reattive.
I consumi vacillano sull'onda delle limitazioni, i servizi ristagnano a causa dell'affossamento della dimensione sociale.
Dov'è l'uomo in tutta questa baraonda? Quando il suo cuore ha smesso di battere?


Foto di Michael Judkins da Pexels

sabato 25 aprile 2020

LO SPAZIO VITALE DELLA LIBERTA'

Possiamo immaginare il nostro spazio vitale come un cerchio di cui siamo il centro. All'interno della circonferenza è garantito il benessere psico-fisico personale. La circonferenza delimita cioè lo spazio che ci è indispensabile per stare bene con noi stessi e con gli altri. Lo spazio del nostro respiro. La circonferenza si espande quando vogliamo rilassarci e respirare in profondità. Si tratta dei momenti in cui abbiamo bisogno di dedicarci a noi stessi e di recuperare le energie; sono i momenti introspettivi della solitudine. La circonferenza si contrae quando, al contrario, ci immergiamo nella quotidianità e il nostro spazio si inserisce in una fitta rete di relazioni. 
Le fluttuazioni del diametro della circonferenza fanno parte del naturale dispiegarsi delle cose, ma devono rispettare l'equilibrio intrinseco determinato dal mantenimento del benessere psico-fisico individuale. Il benessere generato dal ritmo del nostro corpo che per essere in forma ha bisogno dell'alternarsi di attività e riposo, di un'alimentazione equilibrata e di relazioni bilanciate dal rispetto individuale.
Prima del virus potevamo incontrare cerchi di tutti i tipi: piccoli e grandi, medi e bislacchi, rossi, gialli, blu e di tutti colori dell'arcobaleno, cerchi bucati e cerchi cerchiati.
C'era chi aveva espanso il proprio diametro tanto da occupare lo spazio di almeno 100 cerchi e chi al contrario l'aveva ridotto tanto da divenire invisibile. Chi ribolliva di rabbia al punto da avere un cerchio pieno di spuntoni e chi, incapace di dire no, aveva un cerchio pieno di buchi. 
Nel mondo dei cerchi regnava una gran confusione di priorità: tutto sembrava essenziale e nulla sembrava mai abbastanza. E i cerchi rotolavano frenetici in ogni direzione come la sabbia travolta dall'infrangersi delle onde sulla battigia. 
Quando il virus fece la sua comparsa all'interno dei primi cerchi, dipingendoli del colore della morte e riducendone gradualmente il diametro, gli altri cerchi si spaventarono e di colpo la paura creò vuoti e distanze ovunque riportando i diametri delle circonferenze a misure più contenute.
La paura era come una scossa veicolata nell'etere, potente come una Medusa che pietrificava chi osava guardarla. Qualche cerchiolino disperato rotolò via terrorizzato e qualche altro tentò di allargare il proprio spazio vitale sfidando la paura, ma era impossibile infilarsi tra i cerchi sempre più gonfi e ingombranti di coloro  che raccontavano la paura.
A forza di contrazioni ed espansioni controllate qualcosa cambiò. 
I cerchiolini dal respiro sempre più contratto notarono la contraddizione: mancava l'aria sempre e comunque.  Qual era la differenza tra il rimanere pietrificati dalla paura e il non poter respirare? 
Alla notizia che i cerchi avrebbero dovuto indossare il guinzaglio per potersi espandere nuovamente, i cuori si unirono in un unico respiro, quello della libertà.

Bella Ciao - La casa di Carta

martedì 21 aprile 2020

IL VIRUS E' DENTRO DI NOI

Il virus è dentro di noi: nei nostri pensieri, nelle nostre paure, nelle nostre emozioni represse e manifestate. Il virus ha invaso ogni nostra cellula e noi lo abbiamo permesso idealizzando un nemico invisibile in grado di ucciderci. 
Il virus è dentro di noi. Lo è sempre stato: è la nostra ombra. Un'ombra capace di oscurare il discernimento e di dar forma al nostro delirio di onnipotenza. Un'ombra subdola, manipolatrice, patologica.
Il virus è dentro di noi e noi continuiamo a cercarlo all'esterno. Lo cerchiamo dove non lo troveremo mai perchè ci terrorizza trovarcelo davanti. Così ogni giorno addebitiamo le nostre ombre al carnefice di turno, immolandoci a vittime sacrificali. E ogni giorno i carnefici di turno rivendicano il loro essere vittime di una rabbia distruttiva e indolente. Chi fa sbaglia, chi non fa accusa.
Il virus è dentro di noi e risveglia il nostro istinto animale di sopravvivenza. Fuggiamo, combattiamo, ci fingiamo morti. Pochi hanno il coraggio di guardare l'ombra e riconoscerla al proprio interno assumendosene la responsabilità.
Il virus è dentro di noi e noi lo proiettiamo sullo schermo della nostra quotidianità. Un horror oscuro e inquietante di cui siamo gli inconsapevoli attori protagonisti. E indefessi recitiamo la nostra parte dando la caccia ad un virus che fa di tutto per ucciderci, senza renderci conto che quel virus è parte di noi. E' parte del nostro suicidio di massa, della nostra rinuncia alla libertà.
Il virus è dentro di noi e noi non vogliamo riconoscerlo. Preferiamo non vederlo e continuare a dar la caccia alle streghe. Da sempre l'uomo crea nuovi nemici da combattere pur di non affrontare la  propria ombra.
Il virus è dentro di noi e noi recitiamo la parte dei cavalieri senza macchia. Non vediamo che la rabbia che ci circonda è la nostra stessa rabbia, che l'egoismo che ci fa ribrezzo è il nostro stesso egoismo, che l'indifferenza che contestiamo è la nostra stessa indifferenza.
Il virus è dentro di noi e continuerà a proliferare indisturbato fino a quando non ce ne prenderemo cura. Non è possibile eliminarlo senza eliminare l'uomo stesso. Abbandoniamo l'ascia di guerra e vestiamo i panni di chi abbiamo innalzato al ruolo di eroi curando noi stessi, rimettendoci in discussione, facendo i conti con la nostra ombra. Non possiamo dissociarci da una parte di noi senza disumanizzarci. Solo sperimentando il nostro buio, sapremo comprendere quello di chi ci è accanto e crescere insieme.


Foto di Maria Pop da Pexels



sabato 18 aprile 2020

HO PAURA DI VIVERE

Ho paura di vivere perchè potrei morire.

Che effetto vi fa leggere queste parole? 
Buffa affermazione, non c'è che dire. Non fosse che questa buffa affermazione rappresenta la fotografia di quanto stiamo vivendo.
Non riesco a comprendere se siamo rimasti fulminati dalla consapevolezza di essere mortali.
La paura è irrazionale e ha dominato i pensieri e annebbiato le menti al punto da indurle a credere di poter controllare la morte.
E per farlo quasi tutti ci siamo immobilizzati, cioè ci siamo finti morti attivando una delle strategie di sopravvivenza innate in presenza di predatore; altri hanno attivato l'altra, la fuga. La nostra natura animale ha preso il sopravvento e ha diretto l'azione individuale. 
A farmi sorridere è la figura del predatore che ci tiene in scacco: un virus invisibile e potente che se ne frega dei nostri maldestri tentativi di controllarlo, prevederlo, arginarlo. 
Un virus che si comporta da virus e che agisce da virus senza velleità alcuna di sterminarci, sebbene sia vissuto a livello mondiale al pari di una guerra.
Un virus in grado di renderci uniti e animali nelle reazioni, ma divisi e fin troppo umani nella lotta per la sopravvivenza. Contradditori come sempre noi esseri pensanti e mortali.
E nel mezzo delle nostre contraddizioni abbiamo smesso di vivere per sopravvivere, perchè non solo stiamo fingendo di essere morti, ma siamo convinti sia la strategia vincente per sconfiggere il virus.
In effetti lo è. Se siamo già morti, cos'altro mai ci potrà uccidere?
E nella nostra immobilità respiriamo a pieni polmoni l'aria salvifica dell'immortalità. Nella nostra prigione mentale ci sentiamo liberi e onnipotenti. 
Contradditori come sempre noi esseri pensanti e mortali.
Siamo morti per fermare il virus e il virus continua a fare la sua vita fintanto che la natura vorrà. 
Una natura saggia e meravigliosa rinata in tutta la sua bellezza grazie alla nostra immobilità. 
Una natura che ha saputo morire per rinascere. 
Questo è l'insegnamento di cui dovremmo far tesoro.



Foto di PhotoMix Ltd. da Pexels



lunedì 13 aprile 2020

L'IMMUNITA' DI GREGGE

La prima volta che sentii alcuni politici parlare di immunità di gregge in relazione al coronavirus ebbi una reazione esagerata ondeggiante tra la sorpresa e il disgusto. Oggi, se analizzo quella reazione emotiva vedo la grande paura che l'aveva scatenata. Una paura irrazionale e pervasiva di fronte al virus. L'idea stessa di non fare nulla, mi picchiava in testa, celata dal ben più nobile intento di voler salvare il mondo. Correre sulla ruota come un criceto impazzito calmava la mia paura e acquietava le preoccupazioni. Stando a casa avrei potuto dissociarmi da quell'idea così bizzarra. E così feci.
Il coronavirus arrivò comunque e mi sfiorò da vicino servendomi su un vassoio d'argento una portata che mai avrei voluto assaggiare. 
Non avevo smesso un attimo di correre sulla ruota, come poteva essere accaduto? 
Quando il virus bussò alla porta accanto, lo osservai interdetta con la stessa sorpresa e lo stesso disgusto che ben conoscevo. Mi misi a correre sulla ruota con ancor maggiore foga per non sentire la sensazione di impotenza che pareva invadere ogni mia cellula annebbiandomi la mente. Il nemico invisibile mi stava accerchiando, ma non riuscivo a vederlo sebbene lo sentissi aleggiare nell'aria. Un'aria sempre più pesante per parole, pensieri, notizie. Un'aria irrespirabile, da fiato corto, l'unica a disposizione. Il virus dettava le regole del gioco e avrebbe decretato vincitori e vinti senza esclusione di colpi e indipendemente dal fatto che io continuassi a correre sulla ruota dissipando nello sforzo ogni inconscio tentativo di sconfiggerlo. 
Furono settimane delicate, faticose, di alti e bassi umorali. La meditazione mi aiutò ad uscire dall'uragano coronavirus con le radici affondate nell'inferno e i rami protesi ad abbracciare il cielo. A salvarmi fu l'accettazione della mia impotenza di fronte agli eventi. 
Come un albero sferzato dalle intemperie osservai la morte danzare intorno al gregge, insinuarsi tra le pecore, sfiorare gli agnelli e sfiancare gli elementi più fragili con naturalezza. Allo stesso modo notai la disperazione, la paura, la vulnerabilità del gregge di fronte alla consapevolezza di non essere immortale.
Davanti alla morte le reazioni delle pecore furono le più disparate: ci fu chi la sfidò, chi abdicò ad essa, chi la prese in giro, chi si armò e partì per la guerra, chi si rintanò, chi cercò di distruggerla o neutralizzarla, chi iniziò a correre, chi scappò lontano, chi impazzì, chi decise di aiutarla, chi ideò piani e strategie per controllarla, chi si azzuffò per attirarne l'attenzione e chi ebbe il coraggio di guardarla negli occhi.
La risata della morte di fronte a cotanta attività echeggiò a miglia di distanza e ancora la posso sentire risuonare nell'aria seminando il panico tra le greggi.




Foto di Ali Hadbe da Pexels


lunedì 6 aprile 2020

IL MONDO IN UNA STANZA

Oggi mi sono svegliata con l'immagine del mondo in una stanza. 
Significativa, se pensiamo alla situazione attuale. 
L'intuizione che ne è seguita è, però, ancora più significativa.
Spesso abbiamo letto e sentito dire che la realtà è specchio di noi stessi.
Se così fosse, quanto stiamo vivendo non è diverso da chi siamo.
Ho insistito molto sul concetto di chiusura che sembra caratterizzare l'uomo attuale.
Bene, ora siamo immersi nella manifestazione di questa chiusura.
E non ci piace affatto.
Tanto che cerchiamo di fuggire dalla chiusura imposta 
mettendo a rischio la nostra salute e quella di chi ci è vicino.
Un po' lo stesso meccanismo che si instaura quando in una situazione di chiusura
attiviamo il movimento per disperdere la nostra energia all'esterno
ed evitare di fare i conti con noi stessi
(a danno della salute psico-fisica nostra e di coloro che ci sopportano).
A seguito di questa riflessione non posso che congratularmi con l'universo per la mossa geniale.

Da tempo insisto sull'attivazione di un lavoro sul corpo come chiave verso la consapevolezza.  
Il contatto con la fisicità è infatti il modo più semplice a nostra disposizione per filtrare la frenetica attività della mente. Lo realizzai dopo aver scritto "IL CORAGGIO DI ASCOLTARSI" e aver accompagnato le persone in meditazione per diversi anni. L'esperienza mi mostrò quanto il contatto con il corpo fosse sempre più labile e così decisi di verificare questa ipotesi osservando con consapevolezza classi di esercizi di qi gong. La ricerca mi confermò la percezione che avevo maturato nei gruppi di meditazione e mi spinse a proporre un lavoro fisico di consapevolezza sul corpo e scrissi "IL RITMO DEL CORPO". Credo molto in questo progetto, ma presuppone un intento che non tutti non sono disposti a accogliere in un lavoro su se stessi: quello del lavoro fisico attuato con pazienza e consapevolezza. Non potevo fermare la mia ricerca in questo senso, così ho deciso di attuare una strategia diversa e proporre un romanzo di formazione. Sto seguendo l'editing del manoscritto proprio in queste settimane. E' stata una grande fatica cambiare l'approccio da saggista per vestirlo con la penna del romanziere, ma come ogni trasformazione ha coinvolto la mia crescita personale. Perchè un romanzo? Perchè essere troppo diretti non funziona. E l'intento va coltivato con cura e con leggerezza, come un seme che per poter mettere radici deve ricevere nutrimento e attenzioni. 
Non si può scalfire l'inconsapevolezza con un fendente dritto al cuore, della serie "Stai a casa". La situazione che osserviamo ce lo dimostra chiaramente. Stiamo letteralmente scappando da noi stessi.
Ma forse lo si può fare attivando delle fotografie, dei primi piani, dei cambi di prospettiva, un po' come quello che ho proposto nelle righe superiori del post. 
Piccole gocce a inumidire la terra affinchè i semi possano germogliare.



sabato 21 marzo 2020

SENTO IL DOLORE DELLA TERRA

Sento il dolore della Terra.
E' ben più profondo del dolore dell'uomo.
Lo percepisco come una fitta lancinante, sorda, inesorabile e continua.
Osservo l'inconsapevolezza dell'uomo
abbattere, inquinare e devastare la natura
con infinita tristezza.
In questo inizio di primavera
guardo ai nuovi germogli con inalterata fiducia.
L'energia della Terra
in continua trasformazione
si manifesta nella bellezza della rinascita.
Una rinascita viva, colorata, piena.
Accolgo il suo prezioso insegnamento
e lo porto nel cuore.





lunedì 16 marzo 2020

SOLO TU HAI LA CAPACITA' DI RISVEGLIARTI

"Solo tu hai la capacità di risvegliarti." scrive Osho e continua "Poichè tu solo sei in grado di addormentarti, come può qualcun altro essere responsabile del tuo risveglio?"
In un momento in cui la responsabilità individuale può fare un'enorme differenza per ciascuno di noi, è bene riflettere su queste parole. Mai come oggi è evidente il collegamento tra libertà e responsabilità e tra libertà, responsabilità, scelta.
Ciascuno di noi è libero di scegliere se rispettare la normativa di non uscire di casa. Quello che non è chiaro a molti è la responsabilità che questa scelta comporta nei confronti di se stesso e degli altri. Quello che di primo acchito può, infatti, apparire come un atto egoistico teso a rivendicare il potere personale di essere libero di scegliere, è infatti un semplice atto di inconsapevolezza sostenuto da un'illusione d'immunità al virus o dal disprezzo della vita stessa. 
La chiusura effettiva e manifesta a cui siamo vincolati contrasta in modo evidente con l'innegabile relazione che ci lega agli altri per via della nostra umanità. Siamo i nodi di una rete e se in essa alcuni nodi cedono l'intera struttura nè risentirà e dovrà aumentare i propri sforzi per contenere i danni. E' solo questione di oggettività. Se dormi non puoi rendertene conto, ma se ti svegli non puoi non farlo.
Il risveglio, come ognuno di noi sta sperimentando, è alquanto faticoso. Prima di tutto comporta lo stare con noi stessi con tutto il disagio che questa dimensione comporta. Abituati come siamo a disperdere le nostre energie all'esterno per fuggire il sentire, immergersi in esso può risultare assai scomodo. E' evidente che chi non riesce a stare e permea la sua scelta di uscire con giustificate illusioni, sta continuando a dormire scegliendo la famosa via in discesa della sopravvivenza. Svegliarsi implica fare i conti con le proprie fragilità e le proprie paure, per iniziare a vivere con consapevolezza riconoscendo il valore della vita stessa.
Il mondo è ricco di sonnambuli che sovvertono l'ordine delle priorità attribuendo a bisogni secondari (economici e di potere) maggiore importanza rispetto ai bisogni fisiologici che sostengono la vita.
Secondo Maslow (1970) il comportamento dell'uomo sarebbe regolato da bisogni che ne determinano le azioni verso obiettivi di natura biologica e psicologica. 
Maslow individua una scala dei bisogni organizzata in modo gerarchico: nella posizione più alta pone il bisogno di autorealizzazione (realizzazione delle nostre potenzialità) e asserisce che questo bisogno può essere  soddisfatto solo dopo aver soddisfatto i bisogni precedenti a partire dalla base: i bisogni fisiologici per primi, poi il bisogno di sicurezza (stabilità di relazioni e prevedibilità delle condizioni ambientali), a seguire il bisogno di appartenenza (la famosa rete sociale) e il bisogno di autostima (rispetto e riconoscimento individuale e sociale). 
Secondo Maslow il soddisfacimento dei bisogni procede con la maturazione dei processi cognitivi e affettivi dell'uomo, rispecchiandone la crescita evolutiva.
Ho tirato in ballo Maslow per offrire uno spunto di riflessione. La situazione attuale ha fatto vacillare il soddisfacimento dei nostri bisogni di base rimettendo in discussione stili di vita, relazioni, scelte.
Per questo motivo lo stare ci rimanda senza mezzi termini alla nostra vulnerabilità e ci sta stretto: una cosa è certa, sognare di essere invincibili non ci renderà mai tali cosi come il detenere il potere su un gregge di cadaveri non ci renderà onnipotenti.
"Solo tu hai la capacità di risvegliarti." scrive Osho e continua "Poichè tu solo sei in grado di addormentarti, come può qualcun altro essere responsabile del tuo risveglio?"


Un fiore al giorno per stare nella bellezza
e muoversi con consapevolezza

Foto di Donatella Coda Zabetta




martedì 3 marzo 2020

CONFUSIONE VIBRAZIONALE

C'è molta confusione vibrazionale nell'aria e questa situazione è molto destabilizzante.  Restare centrati e in equilibrio richiede uno sforzo attivo verso la consapevolezza.
Ognuno di noi ha un carico di emozioni non espresse che possono facilmente entrare in risonanza con le forme-pensiero dilaganti acuendo rabbia, paura, tristezza.
Mi piace immaginare un bivio dinnanzi a ciascuno di noi: la via a sinistra si inerpica in salita, mentre quella a destra corre in discesa. Entrambe le vie sono contraddistinte da cartelli segnaletici ad accompagnare il percorso.
Nella via in salita è facile trovare indicazioni come "Respira profondamente", "Soppesa le parole prima di proferirle e siine responsabile", "Rispetta gli altri e l'ambiente", "Sii consapevole dei tuoi pensieri e delle tue azioni"...
Nella via in discesa le indicazioni sono di tutt'altro tipo. Ne posto degli esempi: "Sfoga la tua rabbia sugli altri perché trattenerla nuoce gravemente alla salute", "Giudica ed esprimiti senza remore", "Fai i tuoi interessi e difenditi dagli altri", "Aggredisci chi la pensa diversamente da te"...
Ognuno di noi è libero di scegliere liberamente quale delle due vie percorrere. 
La via a sinistra, quella che si inerpica, è molto faticosa e sdrucciolevole e non di rado può capitare di scivolare lungo di essa e di dover ricominciare a salire una seconda o una terza volta: essa porta alla Vetta del Distacco, punto in cui la vista è nitida e meravigliosa. La visuale spazia infatti a 360 gradi offrendo una visione d'insieme ricca di significato. 
La via a destra, quella in discesa, sembra offrire immediato ristoro al viaggiatore. La destinazione, la Valle dell'Inconsapevolezza,  è solitamente un luogo molto affollato che limita lo spazio vitale alla propria persona. Urla, pianti e violente aggressioni dominano la Valle dell'Inconsapevolezza che avendo capienza limitata obbliga i nuovi arrivati a dichiarare guerra ai presenti. La cosa buffa è che ciò che durante il cammino era fonte di leggerezza e forza, si trasforma d'un tratto in una fragilità difficile da gestire nell'anarchia generale. Si narra che la terra desertificata della valle inglobi periodicamente i corpi rinsecchiti e senza vita di coloro che hanno sbraitato tanto da prosciugare fino all'ultima goccia ogni liquido corporeo.
Questo gran movimento è visibile dalla cima della Vetta del Distacco e pare un ribollire isterico di menti fuori controllo.








lunedì 24 febbraio 2020

IL RE DELLA CORONA

C'era una volta in un lontano paese d'Oriente il Re della Corona. Il suo potere subdolo e invadente aveva fatto parlare di sé l'intera galassia. Si diceva potesse penetrare l'anima delle persone con un solo soffio e invaderla fino a limitarne il respiro. La paura che fosse in grado di dominare l'umanità iniziava ad essere plausibile di fronte all'incapacità umana di erigere barriere in grado di fermarne l'invasione. La caccia al contagiato seminò terrore e follia di fronte al fumoso aleggiare del potere senza confini del Re della Corona.
C'era chi osservava da dietro la finestra, chi sputava dichiarazioni, chi negava la sua stessa esistenza, chi viveva nel terrore, chi si ammalava e chi vi soccombeva.
Tutti guardavano con curiosità chi riusciva a sopravvivere all'invadenza del Re della Corona: esisteva allora una formula magica in grado di non rimanere soggiogati dal suo indomito potere di conquistatore?
I fanciulli sembravano conoscerne il segreto. Che la loro vitalità fosse più forte della morte? O forse era la loro innocenza a non trattenere il potere della Corona? Non era dato sapere e fior di scienziati passarono intere settimane a studiare le strategie del Re della Corona senza riuscire a prevederle.
Rivoli di potere invasero vie, paesi, città e intere regioni. Il cibo iniziò a scarseggiare e l'odio a mettere radici. La frustrazione dell'impotenza si impadronì delle menti e si espanse tutt'intorno seminando vuoto e inconsapevolezza. 
Il Re della Corona poteva regnare incontrastato. 
I medici smisero di fare i medici, gli infermieri smisero di soccorrere i malati e i malati morirono tra lo sguardo indifferente di coloro che tutelavano la propria incolumità a qualunque prezzo.
Nell'isola che non c'è una bambina, la Regina delle Acque, osservava con attenzione il rannuvolarsi del cielo: qualcosa stava cambiando nell'aspetto delle nuvole. Si erano fatte più dense e scure, tanto che i raggi del sole non potevano più penetrarle. 
Quando il giorno si trasformò in notte, la piccola Regina sentì che era arrivato il momento di intervenire. Si recò alla cascata sacra con doni di terra e attese fiduciosa una risposta per sei lunghi giorni e sei notti. Il Drago dalle tre teste arrivò all'alba del settimo giorno. La bambina lo attendeva. Si voltò verso di lui e lo osservò mentre inalava le nuvole scure e le sputava come lingue di fuoco a incenerire tutto ciò che lo circondava. 
La bambina divenne acqua, trovò riparo nella cascata e inviò il suo richiamo all'oceano affinché le sue onde si elevassero fino al cielo per confondersi con le nubi. Il Drago dalle tre teste le aspirò con voracità e un fiume d'acqua irrorò il terreno bruciato. Una, due, tre volte ... finché il Drago, esausto, crollò in un sonno profondo. La Regina delle Acque, a quel punto, gli si avvicinò e ne accarezzò le teste trasformandole in sorgenti di acqua cristallina. 
Ancora oggi si dice che la Montagna della Conoscenza ebbe origine tanti secoli fa dal corpo di un Drago a Tre Teste. I bambini si recano spesso su quella Montagna per giocare nei pressi delle sue magiche sorgenti dove si narra viva una bambina bionda, bellissima e regale, la cui voce cristallina si ode prestando ascolto alla Cascata del Potere. 
Del Re della Corona resta solo un vago ricordo nelle storie dei vecchi quando raccontano ai nipotini dell'epoca in cui l'aria era diventata così carica di rabbia e di odio da diventare velenosa.








domenica 16 febbraio 2020

GIOCARE DA LIBERO

Giocare da libero è impegnativo. 
Si è liberi da marcature fisse, ma sempre pronti a intervenire in seconda battuta al bisogno. 
Il libero è il regista della squadra: la osserva e interviene al momento giusto indipendentemente dal ruolo che deve interpretare.
Il libero deve confrontarsi con l'invisibilità e la criticità che l'assenza di un ruolo fisso riveste. 
In fondo il libero deve porre rimedio agli errori già commessi (impresa non facile) senza sbagliare a sua volta. 
Il libero deve saper anticipare le mosse del gioco e saperlo gestire con prontezza di riflessi.
Per questo giocare da libero è impegnativo.
Appena ci si muove si è sotto i riflettori delle aspettative e deluderle è un attimo.
Il libero, non avendo ruoli, costruisce dietro le quinte: non fa punti, ma evita semplicemente di perderli.
Giocare da libero è impegnativo nella vita di tutti i giorni.
Devi essere presente, anche se non sei visto. Perché essere presente fa parte del tuo gioco.
Un gioco a volte duro da sostenere in quanto le regole le fanno gli altri. Tu osservi, anticipi le cadute e ti trovi nel posto giusto al momento giusto per raccogliere i cocci prima che lo schianto al suolo li disintegri totalmente. Se non ci riesci è colpa tua. Se ci riesci hai semplicemente fatto quello che dovevi fare.
Giocare da libero è un ottimo esercizio di presenza. Impari a respirare e a non farti prendere dal panico; a schermare le interferenze esterne e ad agire consapevolmente.
Giocare da libero è un ottimo esercizio di umiltà. A volte l'ego fa capolino e devi rimetterlo in tasca, riportando il focus sulla tua scelta.
Sì, perché giocare da libero è una scelta presa per attitudine e predisposizione.
E' una scelta  predestinata alla quale non puoi sottrarti senza sentirti in qualche modo incompleto.
Giocare da libero è impegnativo, ma è esattamente ciò per cui sei nato e cresciuto.


Foto di Tim Mossholder





domenica 9 febbraio 2020

ULULANDO ALLA LUNA

Nel silenzio della notte immagino la luna piena
luminosa e splendente 
dietro le nubi.
La guardo con gli occhi del cuore
osservando il rannuvolato cielo notturno
rischiarato dalla sua luce. 
Affido ai rami spogli di un olmo
l'ululato della mia anima inquieta
e nella bellezza del silenzio
mi ritrovo.







giovedì 23 gennaio 2020

SIAMO DIVENTATI CUBICI

Siamo diventati cubici. Ci avviciniamo agli altri notandone gli spigoli e dimenticandoci di averli a nostra volta. Quando le risorse scarseggiano, difficilmente troviamo il modo di relazionarci in modo costruttivo: sventagliamo i nostri spigoli e spigoleggiando difendiamo il nostro spazio senza ritegno alcuno. Cubiamo solo quando troviamo nell'unione un ritorno utilitaristico: in tal caso ci impiliamo senza far storie per raggiungerlo prima. Quando l'obiettivo è raggiunto ognuno per la sua strada a perseguirne un altro. Cambiano alleanze e vie.
Cresciamo piccoli cubici a nostra immagine e somiglianza. L'eco delle nostre parole spesso si ferma all'interno del nostro cubo. Le parole degli altri aleggiano inascoltate nell'aria, rendendola irrespirabile. 
Siamo diventati cubici nelle idee, nei pensieri e nelle azioni. Ci spostiamo per schemi e ci agitiamo quando ce li cambiano. Ci piace inscatolare ogni cosa, persone incluse, ed etichettarla accuratamente.
A volte etichette simili si riconoscono e fanno fronte compatto urlando a squarciagola il loro diritto ad essere viste. Si potrebbe facilmente organizzare il gioco dei quattro cantoni: intanto nel mezzo ci finiscono sempre gli stessi, quelli che hanno i cubi fuori moda o sbilenchi o troppo colorati.
Siamo diventati cubici: vediamo pareti invece di orizzonti sconfinati e soffitti al posto del cielo.

Il cuore in affanno, soffocato nella sua scatola, batte sempre più forte per farsi sentire.





giovedì 16 gennaio 2020

BURNOUT

"Burnout" è una parola di origine anglosassone e significa letteralmente "arresto per surriscaldamento". 
E a tutti noi capita di surriscaldarci quando siamo sottoposti a situazioni di grande stress per tempi prolungati, ma, ahimè, raramente ci arrestiamo. Lo stress determina un lento e costante logorio psico-fisico di cui spesso non siamo consapevoli. Ci sentiamo scarichi ed esauriti, ma poche volte comprendiamo quando è il momento di fermarci e compensiamo le conseguenze del nostro crollo con meccanismi di difesa tesi a sostenere lo stress senza soccombervi.
Diventiamo intolleranti alle difficoltà, insensibili, demotivati e indifferenti oppure aggressivi e ancor più focalizzati sullo stato di necessità del fare perché deve essere fatto.
A livello fisico ci sentiamo a pezzi, ma continuiamo imperterriti a correre. Non avendo energie sufficienti per sostenere la nostra frenetica corsa, corriamo scomposti e reattivi investendo senza ritegno chi ci capita a tiro. 
Le emozioni a fior di pelle esplodono senza preavviso oppure si annullano in un atteggiamento robotico indifferente a tutto.
L'ambito relazionale è sicuramente quello che risente maggiormente della nostra "fusione". Possiamo liberamente decidere di distruggere noi stessi e immolarci per la causa, ma non siamo autorizzati a disintegrare gli altri, a mancar loro di rispetto o a trattarli come faticose incombenze da evadere.
Quando il burnout si manifesta nell'ambito della relazione d'aiuto, le conseguenze che esso comporta si fanno ancora più serie. Quando si è fragili, nel dolore e in una situazione di dipendenza fisica, emotiva o affettiva, aver a che fare con qualcuno in burnout è una condanna imposta.
L'indifferenza e la mancanza di rispetto fanno male sempre, ma divengono armi improprie nelle mani di chi si è assunto la responsabilità di occuparsi di una persona sofferente o di un bambino. Non riconoscere l'umanità dell'altro, quando l'altro è in una condizione di dipendenza e di fragilità, è un atto di inaudita violenza. 
Per questa ragione, voglio chiudere il post di oggi con poche parole su cui riflettere a fondo:

"Siate coraggiosi e fermatevi 
prima di incenerire il mondo dentro e intorno a voi".






domenica 12 gennaio 2020

TIRO AL BERSAGLIO: UN PERCORSO VERSO LA REALIZZAZIONE

Alcuni giorni fa riflettevo con un'amica, Paola Neyroz, sull'importanza del presente, inteso come consapevolezza del qui e ora. In un'epoca in cui il futuro è così incerto e fumoso, il presente acquisisce un valore determinante. Le vie che si dispiegano nel presente sono le uniche percorribili anche se non è dato sapere se saranno vicoli ciechi o strade in discesa. L'unica possibilità che ci è data è quella di attraversarle per viverne l'esperienza, affidandosi. Credo sia ormai tramontato definitivamente il concetto di controllo. Una volta si programmava tutto: incontri, impegni, investimenti... con l'illusione di poter controllare il futuro. Da qualche anno la dimensione della precarietà ha preso il sopravvento, rendendoci consapevoli dell'inevitabilità del cambiamento. 
Se focalizziamo la nostra attenzione sul presente evochiamo naturalmente un altro concetto, quello della coerenza. Le scelte del presente dipendono dalla nostra maturazione e spesso rimettono in discussione le abitudini, gli schemi educativi e sociali che ci trasciniamo dietro. Il cambiare idea non significa incoerenza, a mio avviso. L'incoerenza è la discrepanza tra sentimento e azione. Sento una cosa, ma ne faccio un'altra. Non sono fedele a me stesso e alla mia maturazione. La coerenza è sempre interiore ed è strettamente collegata al sentire e alla trasformazione individuale. Essere coerenti non significa restare sempre fedeli al passato, ma essere in armonia con se stessi e con le scelte che siamo pronti ad affrontare.
Meditando su questi temi mi è apparsa l'immagine del bersaglio del gioco delle freccette. Spesso ho assimilato il percorso verso la consapevolezza ad un cerchio. Nel bersaglio ci sono più cerchi collegati tra loro da uno spazio: mi piace identificare questo spazio con il salto nel vuoto, il cambio vibrazionale, la legge dell'ottava. Non posso passare da un cerchio all'altro senza buttarmi nello spazio-tempo che separa un cerchio dall'altro. Il centro del bersaglio rappresenta la mia realizzazione, ma per giungervi devo inevitabilmente percorrere tutti i cerchi e gli spazi partendo dai più esterni.
Per procedere devo avere coraggioresilienza (la capacità di superare un periodo difficile, un trauma, un dolore senza "rompermi"): spesso, infatti, i salti nel vuoto (gli spazi tra un cerchio e l'altro) sono anticipati da difficoltà di vario tipo in grado di fermarmi e mandarmi in crisi. 

Valgono sempre i seguenti passaggi partendo dall'inizio del primo cerchio del percorso:
Mobilità esteriore: la mia attenzione è concentrata all'esterno, nel fare esperienza. Percorro il cerchio procedendo verso il suo completamento, vivendo più esperienze.
Immobilità esteriore : la mia vita si ferma per colpa di un evento traumatico o una difficoltà in grado di destabilizzarmi e bloccare le mie scelte esterne.
Mobilità interiore:tutte le mie energie si focalizzano sull'interiorità per elaborare l'accaduto ed integrare le lezioni che l'esperienza ha portato con sè.
Maturazione: Dolori e difficoltà rimettono in discussione le visioni acquisite disgregando schemi e aprendo nuove possibilità.
Inquietudine: ho raggiunto il completamento del primo cerchio, ma non vedo ancora l'inizio del secondo. So bene di non voler tornare a ripercorrere il primo cerchio, ma non ho certezze sul percorso che mi aspetta. E' il momento del salto nel vuoto. Posso rimanere dove sono finchè la frustrazione non arriverà a livelli stellari o chiudere gli occhi e buttarmi verso l'ignoto.
Salto nel vuoto: cambio vibrazionale e presa di coscienza dell'esperienza. Trasformazione.
Mobilità esteriore: sono all'inizio del cerchio più interno e il ciclo può ricominciare su nuovi presupposti generati dalla mia crescita interiore. Sono pronto per vivere esperienze differenti e approfondire il sentire....

La rinuncia a vivere le esperienze - e le uniche possibili sono quelle che si manifestano nel presente - blocca la crescita. Quando ci fermiamo nella passività (esteriore e interiore) assomigliamo a una trottola (il loop mentale) che gira su stessa all'interno del cerchio che stiamo percorrendo. Con la mente facciamo la mille miglia, ma il nostro corpo ci rimanda un profondo disagio. E il corpo ci conosce meglio di quanto noi conosciamo noi stessi, soprattutto quando il nostro percorso è ancora vincolato ai cerchi più esterni del bersaglio.









giovedì 9 gennaio 2020

COLTIVARE UN SEME

Ci sono semi che nascono dentro di noi spontaneamente.
Possiamo accoglierli e prendercene cura
oppure possiamo ignorarli.
E ci sono semi che nascono dentro di noi con prepotenza:
attirano la nostra attenzione continuamente
e creano una sorta di urgenza interiore
alla quale è difficile sottrarsi.
Sono i semi della maturazione e della consapevolezza,
quelli che ci confermano
che siamo pronti a fare l'ennesimo salto nel vuoto.
La mente non vede di buon occhio
questo tipo di semi.
Sono i semi dell'espansione dell'essere,
quelli in grado di infrangere gli schemi e di spezzare le catene.
Un seme di questo tipo ha messo radici nel mio cuore un paio d'anni fa
e con il tempo è cresciuto 
risvegliando il mio femminile e rendendolo specchio di tante storie.
Storie che ho sentito di raccontare
immergendomi in esse con totalità ed empatia.
Ne è nato un romanzo.
Ieri quel romanzo ha trovato un alleato, Giancarlo Caselli,
che, insieme a me, se ne prenderà cura affinchè possa germogliare, fiorire e fruttificare
per poi manifestarsi.
I semi del cuore vanno sempre coltivati per essere condivisi
perchè nella bellezza del dono 
si nasconde la magia della rinascita.








lunedì 6 gennaio 2020

CHE BELLO ESSERE UNA BEFANA

Auguri, auguri, auguri!
Il cellulare non smette di suonare
e accumula messaggi di tutti i tipi.
Alcuni racchiudono un abbraccio affettuoso di gloriosa sorellanza,
altri un velato insulto  a lungo trattenuto.
Li accolgo tutti e sorrido.
Mi piace essere una befana,
mi è sempre piaciuto.
Volare su una scopa e tra le stelle
in una tersa e gelida notte invernale 
non è da tutti.
Ci vuole fiducia, coraggio, immaginazione.
Bisogna sapersi innalzare tanto da smettere di identificarsi con un'immagine
riconoscendo in se stessi la magia e la meraviglia
del tutto è possibile.
Bastano una vecchia scopa di saggina,
degli abiti un po' trasandati,
qualche imperfezione
e il gioco è fatto.
Che bello essere una befana.



Foto Donatella Coda Zabetta






sabato 4 gennaio 2020

TUTTO E' POSSIBILE ALL'ALBA

Osservo il sorgere del nuovo giorno.
La luce si diffonde colorando l'orizzonte.
Tutto è possibile all'alba.
Mi fermo 
respirando l'aria fredda,
e sento la magia della bellezza
permeare il mio essere 
per espanderlo oltre i confini del corpo.
Tutto è possibile all'alba.
Mille sentieri si dispiegano davanti a me
sotto la luce del sole che nasce.
Il completamento lascia spazio ad un nuovo inizio.
Un cerchio si chiude per tornare ad aprirsi: 
cammino sulla sua circonferenza
partendo dal centro
per esplorare le infinite pieghe della mia anima
 nella manifestazione dell'esperienza.
Tutto è possibile all'alba.
Anche volare alto nel cielo rosso fuoco
senza paura.


Foto Donatella Coda Zabetta