domenica 18 ottobre 2020

LE PRESENTAZIONI DI LIBRI AL TEMPO DEL COVID

 Le presentazioni di libri al tempo del Covid assomigliano ad un sentiero tortuoso tutto in salita.  
Molte librerie hanno paura ad ospitare eventi per le restrizioni Covid, così come molti lettori hanno paura a parteciparvi. Gli autori, fiduciosi di poter diffondere la loro opera, ce la mettono tutta, ma in cima all'Everest si arriva con grande sacrificio e in numero ristretto.
Così dopo anni di indefessa dedizione alla scrittura, quando finalmente si arriva a tenere tra le mani la propria creatura, la si guarda con amore e ci si chiede come condividerne i contenuti.
Per lo meno per quanto mi riguarda è così: ogni libro scritto è nato dalla gioia scaturita dal completamento di un tratto di percorso la cui realizzazione si completa con la condivisione. Non si possono trattenere i doni.
Leila ha preso la forma di un romanzo proprio per rendere più accessibili i messaggi che ho scelto di condividere. 
L'abbandonare temporaneamente l'universo della saggistica è stato un atto di coraggio condito da un briciolo di follia. E ora che Leila si trova a navigare nell'oceano sovraffollato della narrativa ne ho la conferma. 
Sono pentita? No. Sentivo di dover attraversare questo passaggio e sentivo di doverlo fare in questo modo.
E ora che in apertura di cuore mi preparo alla condivisione, mi rendo conto quanto sia difficile donare in una realtà dominata dalla paura e dalle emozioni.
Il percorso mi ha insegnato la pazienza e forse si tratta solo di aver cura di Leila fino a quando i tempi saranno pronti ad accoglierla.
Affido ai lettori che sono pronti a conoscerla, al di là delle evidenti difficoltà del periodo che stiamo vivendo, il filo invisibile della sua Luce e resto a disposizione della rete di passaparola che confido si possa creare per approfondimenti o incontri a tema in cui sviluppare gli argomenti trattati.

"Da cuore a cuore"

Donatella




 

sabato 17 ottobre 2020

PRESENTAZIONE ON LINE : LEILA UNA STORIA COME TANTE - LIBRERIA LA FENICE

 Lunedì 19 Ottobre 2020

Ore 18:30

Dalla pagina facebook della LIBRERIA LA FENICE di Villanova d'Asti

Francesca e io parleremo di:

LEILA UNA STORIA COME TANTE



Foto Donatella Coda Zabetta

venerdì 16 ottobre 2020

GALLEGGIANDO A VISTA

 Galleggiando a vista l'orizzonte si fa sfumato, quasi invisibile.
Non è possibile guardare oltre.
 Vivere la tempesta che sembra travolgere la quotidianità è molto faticoso.
Le onde si fanno alte e vorticose come le emozioni:
restare al centro richiede forti radici e luce interiore.
Il ritrarsi nell'interiorità porta con sé domande senza risposta.
Fiducia.
Indomita e incrollabile fiducia nella trasformazione.
Gli eventi sono solo specchi,
le difficoltà, cambi di direzione.
Respiro e accolgo.
Quando tutto si fa buio,
 il fuoco del cuore può illuminare la via.

Donatella Coda Zabetta


Foto Donatella Coda Zabetta
Macugnaga 




mercoledì 30 settembre 2020

GRATITUDINE

 Mai come in questi giorni il mio cuore è colmo di gratitudine. 

Sono passati ben 4 anni dalla pubblicazione de "Il ritmo del corpo" e, nonostante questo, quando ho annunciato l'uscita del mio primo romanzo "Leila una storia come tante" ho ricevuto un grande abbraccio, virtuale e "non" da parte di lettori, librai, conoscenti e amici. Questo abbraccio mi ha commosso profondamente.
Ho sempre scritto con l'intento di condividere ciò che avevo compreso o sperimentato e che ritenevo potesse essere di supporto anche ad altri. L'ho sempre fatto con il cuore traboccante della gioia della realizzazione.
E nella mia invisibilità ho sempre continuato a studiare, osservare, ricercare e sperimentare. Spesso avara di parole in quanto non ancora pronta alla condivisione. 
Quando sono riuscita a portare a compimento "Leila", sono tornata visibile e ho trovato molti ad attendermi. 
Il mio cuore fatica a trovare le parole per ringraziarvi tutti, così lascio che sia un messaggio da "cuore" a "cuore" a rinforzare la rete che ha preso vita con le parole del "Coraggio di ascoltarsi":
 
"Ognuno di noi racchiude nel cuore l'Amore, l'essenza di quella Luce infinitamente più grande.
Ognuno di noi è libero di esprimerlo al di là di schemi e ideologie.
L'Amore deve tornare a essere parte della vita dell'uomo:
la ricerca deve essere volta all'interno di sè e tendere alla riscoperta della propria natura di Luce.
L'Amore non discrimina, non giudica, non crea divisioni nè limiti.
L'Amore unisce e condivide, 
accetta e accoglie tutti indistintamente."

Grazie 



Foto di Will Mu da Pexels


domenica 27 settembre 2020

RISPETTARE IL SENTIRE

 Quante volte siamo tristi e reprimiamo la tristezza?
Quante volte siamo arrabbiati e tratteniamo la rabbia?
Quante volte siamo stanchi e non ci permettiamo di riposare?
Quante volte non stiamo bene e facciamo finta di niente?
Quante volte vorremmo isolarci e non abbiamo il coraggio di farlo?
Quante volte vorremmo sottrarci a incombenze che non abbiamo scelto 
e le portiamo avanti comunque?
Quante volte vorremmo dire no e ci esce un sì?
E perchè questo avviene?

Spesso non sappiamo neanche più ritrovare il punto di inizio di queste dinamiche. Forse perchè risale all'infanzia e allora non avevamo scelta. Poi è diventata un'abitudine e poco per volta abbiamo perso per strada il nostro sentire. Per poterlo fare ci siamo staccati dal corpo e dalle sue esigenze e abbiamo compensato frustrazioni e disagi con le migliori giustificazioni mentali che eravamo in grado di architettare. Ci siamo adeguati a un'immagine e facciamo il possibile per tutelarla in quanto quell'immagine rappresenta il nostro spazio nel mondo. 
E' innegabile il fatto che viviamo in una realtà fatta di immagini. Immagini costruttive e immagini distruttive, ma pur sempre immagini. Siamo arrivati a questo punto con graduale e crescente inconsapevolezza. La mancanza di rispetto che si respira in ogni ambito affonda le sue radici proprio in questa mancanza di rispetto verso noi stessi.
Tornare a rispettare il sentire richiede forza di volontà, sacrifici e apertura di cuore e non è un percorso agevole in quanto si fonda sulla distruzione della nostra immagine. E senza l'immagine che ci siamo incollati addosso ci sentiamo nudi e vulnerabili. E poi potremmo anche realizzare che la vita che stiamo vivendo non ci corrisponde. Ma questo è un altro discorso.
#Leilaunastoriacometante #Ilcoraggiodiascoltarsi







sabato 26 settembre 2020

LASCIARSI ANDARE E' POSSIBILE?

 Con l'arrivo dell'autunno, i boschi dai mille colori e i tappeti di foglie che accompagnano le nostre passeggiate, l'invito al lasciarsi andare è specchiato tutto intorno a noi dal meraviglioso universo naturale.
Se osserviamo una quercia con attenzione vi noteremo foglie ancora verdi, foglie ingiallite e foglie secche pronte a staccarsi. La quercia affronta il processo del lasciar andare con pacata gradualità, tanto da rimanere completamente spoglia solo all'inizio della primavera con il riemergere dei nuovi germogli. Nel mio giardino ho una grande e amatissima quercia che per tutto l'autunno e l'inverno non smette di insegnarmi il lasciar andare e il rispetto verso la maturazione di questo passaggio: ogni giorno per mesi raccolgo le sue foglie, le ammucchio e attendo che la natura le trasformi in fertilizzante per i campi. E mentre svolgo questa attività medito sulla mia capacità di fare lo stesso con tanta naturalezza.
Perchè lasciarsi andare o lasciar andare qualcosa non è affatto facile per noi umani amanti della razionalizzazione e del controllo.
Prendo spunto da un interessante libricino che sto leggendo di Abraham J. Twerski: "Sveglia Charlie Brown! Come affrontare gli alti e bassi della vita con i Peanuts" edito Oscar Mondadori.
Scrive Twerski: "Ecco qui una buona regola pratica: se c'è qualcosa che causa un problema, è un problema. Convincerci che non lo sia, fa solamente sì che il problema continui il suo corso. Cos'è la razionalizzazione? Consiste nell'inventare buone ragioni invece di ammettere le vere ragioni. La razionalizzazione è così comune che se smettessimo di razionalizzare, il silenzio diventerebbe insopportabile. Non solo razionalizziamo quando parliamo con altre persone per dar loro giustificazioni logiche del perchè abbiamo o non abbiamo fatto una cosa, ma razionalizziamo anche in modo silenzioso e interiormente. Spesso non siamo neanche coscienti che stiamo razionalizzando."
Già. E siamo eccellenti creatori di giustificazioni quando non vogliamo lasciar andare un'immagine di noi stessi a cui siamo affezionati e non ci appartiene più, o un'abitudine o una relazione che ci rende la vita difficile e ci obbliga alla sopravvivenza. Perchè lasciar andare qualcosa che si conosce fa sempre molta paura. Meglio inventarsi mille motivi per mantenere lo status quo o negare la realtà delle cose.
Continua Twerski: "A volte le nostre vite, o alcuni aspetti di esse, diventano incontrollabili e tuttavia ci mostriamo ostinati e restii a cambiare. Perseveriamo nel nostro comportamento autodistruttivo. Spesso ci si riferisce a questo tipo di atteggiamento come alla "paura del successo". Perchè si dovrebbe temere il successo? Non è più logico preferire il successo al fallimento? La risposta è che per quanto possa essere spiacevole una sconfitta, essa ha un aspetto compensatorio. La sconfitta in generale ci evita le responsabilità, mentre il successo tende a generare nuove responsabilità. Se falliamo in un compito, non ci verrà richiesto niente di più e allo stesso tempo diminuiscono le nostre stesse aspettative su di noi. Se abbiamo successo si pretenderà che continuiamo così".
Quando ieri sera ho letto queste parole non ho potuto fare a meno di assimilarle e pensare alla mia esperienza personale considerando l'imminente pubblicazione di Leila. Il successo mi ha sempre fatto paura, ragion per cui potete immaginare l'impatto della riflessione di Twerski su di me.
Dopo l'uscita de "Il ritmo del corpo" con Mediterranee, il mio editore insistette  perchè scrivessi il seguito de "Il coraggio di ascoltarsi". Il mio primo libro aveva ottenuto un ottimo riscontro dal pubblico e una seconda pubblicazione in questa direzione avrebbe facilmente avuto la strada spianata verso il successo. Non ci riuscii. Ci provai infinite volte, ma senza riuscirvi. Avevo materiale e idee in abbondanza per poterlo fare in quanto dalla pubblicazione del Coraggio il mio percorso si era arricchito di tante nuove esperienze e consapevolezze. Eppure qualcosa mi spingeva altrove.
Leggendo Twerski è stato naturale domandarmi se a direzionare il mio cambio di rotta fossero le aspettative che altri riponevano in me o la paura del successo. Forse entrambi. O forse no. Non ho mai scritto con l'intento di scalare le classifiche, ma perchè la gioia della realizzazione nel percorso era un traboccare che trovava la sua manifestazione nella condivisione. 
In questi anni è stato inevitabile chiedermi le ragioni alla base della folle impresa di scrivere un romanzo. Mediterranee non pubblica romanzi e avrei dovuto ricominciare da zero rinunciando alle entrature che avevo a disposizione. Stavo inevitabilmente virando verso il mondo dello sconosciuto e delle infinite possibilità.
La grande quercia, nel suo maestoso silenzio, mi rimandava il tacito messaggio della maturazione del lasciar andare e quando una notte la luna mi sussurrò "Buttati" iniziai a scrivere Leila e non smisi più fino al momento in cui la terminai. Ed oggi, che grazie a Giancarlo Caselli, e Golem Edizioni ho il romanzo tra le mani sento di aver seguito il cuore al di là di tutte le pippe mentali.
Sono pronta ad assumersi la responsabilità di questa nuova pubblicazione? Sì. 
Ancora una volta ho trovato il coraggio di ascoltarmi e di non aver paura a fare il mitico salto nel vuoto.

#Leilaunastoriacometante #Ilcoraggiodiascoltarsi


Foto Donatella Coda Zabetta - La grande Maestra



 


domenica 20 settembre 2020

IL RACCONTO COME SPECCHIO

Ieri sera, parlando di Leila con una cara amica ex libraia, è stato naturale ricordare i saggi editi da Mediterranee, che grazie a lei avevo presentato in più occasioni, e meditare sulla scelta di scrivere un romanzo di formazione al femminile.
Quando Paola Neyroz (Il giocatore di carte) mi ha donato l'opportunità di far parte di "Maria Venere" in compagnia di altre donne, ho scritto, ascoltato e condiviso tantissime storie scaturite dai suoi incipit in un progetto di approfondimento sul femminile.
In quell'occasione è stato naturale osservare con attenzione le dinamiche, le similitudini tra le storie, l'emersione di parti più profonde e spesso "accantonate", le paure, le emozioni e l'empatia scaturite dalla condivisione delle storie che come un filo invisibile ha guidato il gruppo fino al termine del progetto.
Proprio integrando queste esperienze in meditazione è arrivata Leila: "Lei è là": donna e specchio.
Scoprii poi che Leila deriva dal nome arabo "Laylah" che vuole dire "notte" e la sincronicità con la mia fonte ispiratrice, la luna, mi è sembrata perfetta. Femminile, luna, specchio, incosncio.
L'immediato collegamento con la Principessa Leila di Star Wars, con le sue ombre, la sua forza e la sua ribellione mi confermarono ulteriormente quanto questo nome fosse azzeccato per la protagonista del romanzo.
Il filo invisibile che lega indissolubilmente Leila ai miei due primi volumi è proprio racchiuso in lei, nelle sue scelte, nei suoi comportamenti e nelle sue relazioni. Il tema del femminile non può, infatti, essere trattato compiutamente senza scrivere del maschile specchiando la totalità che appartiene ad ognuno di noi.







giovedì 17 settembre 2020

LEILA UNA STORIA COME TANTE

Con la luna piena, il 3 agosto, ho finito l'editing del mio primo romanzo. 
Con la luna nuova, pochi minuti fa, il corriere mi ha consegnato le prime copie del libro. 
Con la luna piena, il primo ottobre, "Leila una storia come tante" sarà disponibile in libreria.

La sincronicità di questo libro con le fasi lunari non smette di sorprendermi. 

L'idea di scrivere un romanzo è maturata nel mio cuore con gradualità. 
Percepivo da tempo l'intimo bisogno di scrivere sul femminile 
e spesso mi sono chiesta quale fosse il modo migliore per farlo. 
La risposta arrivò una notte di luna piena di due anni fa. 
Da quel momento non ho più smesso di dialogare con la luna.
Ne è nata una storia, una storia al femminile.






LASCIAR ANDARE LE BARRIERE: LA LUNA NERA

A volte è la vita stessa a sottoporci a così tante difficoltà tutte insieme da destabilizzarci al punto da creare una breccia all'interno delle  barriere che abbiamo sapientememnte costruito per difenderci dal mondo (e dalla nostra fragilità). In quei momenti, che a noi appaiono allucinanti, quando la realtà sembra collassarci addosso senza pietà, viviamo con tale intensità le emozioni da perdere il controllo.
Il confine tra luce e ombra sparisce nel buio del nostro sentire. Le nostre paure più profonde diventano tangibili e ci svelano parti di noi stessi che avevamo accuratamente riposto nelle cantine dell'inconscio.
La luna nera scompare nel cielo notturno permettendoci di osservare stelle e pianeti con maggior chiarezza. 
Ed è proprio nel buio dell'anima che la nostra luce più rifulgere. Non ha importanza se sembra un puntino lontanissimo e irraggiungibile. E' chiaramente presente in attesa del nostro risveglio.

#Leila una storia come tante



Foto di tommy haugsveen da Pexels


sabato 12 settembre 2020

DIFENDERSI DALLA PROPRIA FRAGILITA' E' FUNZIONALE?

Siamo istintivamente portati a creare barriere per difenderci. Soprattutto quando ci sentiamo fragili e vulnerabili.  Siamo convinti che indossando un'armatura, nulla potrà più ferirci. Alla resa dei conti è così?

Ognuno di noi ha i propri punti deboli. Nessuno escluso. E' parte della nostra umanità. 
Quando indossiamo l'armatura con l'intenzione di schermarci dagli altri, la indossiamo inconsciamente nei confronti delle nostre fragilità con  la convinzione di poter essere immuni o di poter controllare il dolore. 
Ci immobilizziamo dietro barriere illusorie e diventiamo sempre più rigidi. 
Con il tempo dimentichiamo pure il motivo per cui abbiamo iniziato a costruire alte mura dentro e intorno a noi. 
Congeliamo le ferite, i sentimenti, le emozioni. 
Non proviamo  più nulla, neanche il dolore, forse. 
E sopravviviamo alla nostra indifferenza accumulando rabbia e frustrazione.
Tutto ci infastidisce quando lo vediamo riflesso negli altri e lo giudichiamo sentendoci superiori e forti per via della nostra insensibilità.
E in un deserto di apatia saliamo in cattedra scivolando via dalla nostra responsabilità più grande: quella del rispetto verso noi stessi. 
Rispetto per il nostro corpo sempre più dilatato e bistrattato, rispetto per il nostro cuore congelato, rispetto per i nostri polmoni affaticati e per i nostri occhi spenti, rispetto per la nostra intelligenza.

#Leilaunastoriacometante



Foto di Maria Pop da Pexels



giovedì 10 settembre 2020

UN FEMMINILE SOTTO ACCUSA

 Non so quale strano meccanismo si instauri, ma una cosa è certa: quando si parla di femminile si scatena una malcelata aggressività. Aggressività più manifesta rispetto al passato forse per la mancanza di freni inibitori determinata dal traboccare della frustrazione maturata in periodo Covid.
L’uomo è naturalmente portato ad esternare la propria rabbia convinto che l’espressione della stessa ne riduca l’intensità. Ovviamente la rabbia deve scaricarsi su soggetti più vulnerabili perché questa giustificazione mentale possa funzionare: puoi scaricare la tua immondizia addosso a qualcun altro solo a patto che chi la riceve sia considerato una discarica dalla società. L’unirsi in branco in uno sbrodolamento di aggressività condivisa diminuisce il senso di colpa e acuisce la percezione di essere socialmente autorizzati ad agire.
A farne le spese le categorie da sempre più stigmatizzate. O le categorie che cercano di uscire dagli schemi. Per quanto riguarda le donne, scrollarsi di dosso canoni di bellezza, modi di vestire, ruoli e doveri determinati da secoli di pregiudizi non è semplice. E’ un percorso tutto in salita lungo il fiume dell’anticonformismo alla ricerca di una libertà individuale determinata dal sentire interiore e non dalle possibilità esterne di espressione.
La trasformazione richiede sempre un’opera di distruzione del conosciuto per poter ricostruire il nuovo su fondamenta più solide. E questo passaggio non è mai indolore.
Guardare alle cose cambiando prospettiva è sempre segnale di grande coraggio.
#Leilaunastoriacometante 

                                                             Donatella Coda Zabetta

                                                                             

                                                              Foto di Herman. io da Pexels








lunedì 7 settembre 2020

ESPLORANDO IL FEMMINILE 3: SESSO ED EGOCENTRISMO

Faccio seguito ai post precedenti considerando le tante e intense reazioni da essi scatenate.
È sufficiente parlare di libertà (di essere se stessi, di scelta) e di anticonformismo (atteggiamento di rifiuto nei confronti di una passiva accettazione di idee, principi, usi e comportamenti convenzionali o comunque prevalenti nella maggioranza - cit. Treccani) al femminile per scaldare gli animi e aprire le porte al giudizio. Giudizio spesso riferito all’ambito sessuale (esiste solo quello?) e fondato su uno spiccato egocentrismo.  Devo ammettere che non ne sono rimasta sorpresa considerando il disequilibrio maschile/ femminile visibile in una realtà fin troppo esplicita e specchio di un’interiorità individuale sofferente in quanto incompleta. Spesso infatti si dimentica che maschile e femminile sono presenti in ciascuno di noi. E il nostro corpo, che lo sa, ce lo dimostra con la sua innegabile semplicità: quanti di noi sono in grado di mantenere una stazione eretta e rilassata a piedi allineati e uniti senza oscillare e perdere l’equilibrio?



Foto di Roberto Nickson da Pexels




domenica 6 settembre 2020

ESPLORANDO IL FEMMINILE 2: LUNA CALANTE

 Faccio seguito al post di ieri, in quanto ha suscitato molti commenti spunto per me di riflessione ulteriore.
Vorrei suggerire la lettura di un interessante dialogo tra il filosofo Umberto Galimberti e l’antropologo Bellei:


Educare ai sentimenti pone le basi del cambiamento. Un cambiamento quanto mai essenziale in un mondo che strumentalizza la donna al punto da non riconoscerle una propria identità.
Si tratta di un passaggio evolutivo determinante in direzione dell’equilibrio. Un equilibrio che non può sfociare in un estremismo senza esserne travolto (femminismo/maschilismo). Un equilibrio fortemente vincolato alla presa di coscienza individuale e al coraggio e alla forza di donne e di uomini che, grazie alla loro evoluzione, siano in grado di scardinare un sistema sbilanciato e cristallizzato nel modo di pensare logico-matematico del maschile.



Foto di Ruvim da Pexels


sabato 5 settembre 2020

ESPORANDO IL FEMMINILE: LUNA CALANTE

 Esplorando il femminile mi ha colpito spesso il giudizio espresso dalle donne nei confronti di altre donne. È spesso caustico e tagliente, chiara espressione di una visione maschilista ben radicata nell’inconscio. A sorprendermi è la naturalezza inconsapevole con la quale vengono proferite le cattiverie più bieche. Forse mi meraviglia il fatto che giungano da un pulpito femminile. Un femminile adombrato da secoli di patriarcato e ad esso conforme.
Perché una donna accoglie supinamente una prospettiva che ne sancisce l’inferiorità negando a se stessa i diritti spettanti all’uomo?
Per abitudine? Per paura? Per educazione?
Una cosa è certa... la cattiveria con cui alcune donne elargiscono giudizi nei confronti di altre donne più libere e anticonformiste cela una grande rabbia repressa.
Una rabbia così bruciante da isolarle ulteriormente nel loro limbo. Una rabbia così velenosa da impedir loro di riscoprire il valore e la forza della sorellanza.

www.ildiamantearcobaleno.com

Foto di Wellington Cunha da Pexels





venerdì 4 settembre 2020

VIAGGIANDO CON LA LUNA

Ci sono viaggi che nascono per caso, per destino, per una serie incredibile di coincidenze. Ci sono viaggi che iniziano con la luna piena e che ne seguono il corso. Mi piace definirli i viaggi del femminile. 
Il 2 settembre con la luna piena ho terminato un viaggio interiore  di questo tipo per iniziarne un altro altrettanto interessante. D’altra parte ad un periodo di maturazione segue sempre la condivisione.
Quando presentai ‘Il coraggio di ascoltarsi’ ad Aosta ebbi l’occasione di conoscere due donne meravigliose,  Paola Neyroz e Nadia Savoini, e il loro libro ‘Il giocatore di carte’. Ci sono legami che hanno radici profonde e che hanno il potere di regalare alla tua vita una direzione inaspettata e imprevedibile. 
E così avvicinandomi alle storie scritte da Paola e ai disegni creati da Nadia per illustrarle entrai in un universo a me sconosciuto e me ne innamorai al punto da lasciaFotormi travolgere dalla bellezza dell’immaginale. All’inizio non mi fu facile frenare la mente e non direzionare le storie, ma Paola, con infinita pazienza, mi insegnò  ad accogliere le immagini senza anticiparle o interpretarle. Mi ci vollero mesi per imparare a farlo. Il progetto ‘Maria Venere’ , che si sviluppò grazie alle storie di un gruppo di donne pronte a mettersi in gioco e specchiarsi le une nelle altre senza paura seguendo gli incipit di Paola fu per me un ulteriore passaggio. Esplorare il femminile in un viaggio solitario, ma al contempo condiviso, si rilevo’ un’esperienza intensa e ricca di spunti di riflessione. 
Intanto la luna osservava i miei passi illuminandone le ombre.


Foto Donatella Coda Zabetta


giovedì 27 agosto 2020

VIVERE AL DI LA' DELLA PAURA

 Vivere al di là della paura non significa non provare questa emozione, ma non lasciarsi travolgere da essa. La paura è funzionale alla nostra sopravvivenza: in situazioni di pericolo aumenta il nostro livello attentivo e tutela il nostro benessere psico-fisico.
La comparsa del Covid 19 nella nostra quotidianità ha portato con sè la paura della malattia, facendoci sentire vulnerabili e indifesi. Adottare comportamenti irrazionali dettati dalla paura è stato inevitabile soprattutto all'inizio della pandemia. In una società abituata al controllo  è stato destabilizzante e, sotto certi aspetti, traumatico fronteggiare l'imprevedibilità del virus.
L'immobilità adottata come soluzione contenitiva di fronte agli eventi ha fermato la vita congelandola in una situazione di sopravvivenza in attesa di un nuovo equilibrio impossibile da raggiungere nell'emergenza.
Con il tempo la paura è diventata una compagna abituale compressa nella mascherina che ci portiamo dietro. Per alcuni il peso di questa mascherina è insopportabile, per altri è inesistente, per altri ancora è un rimedio salvavita con cui convivere serenamente per continuare a fare le cose che interessano e piacciono. Tutta questione di equilibrio.
La vita acquisisce significato nel movimento e nella trasformazione: è un viaggio esperienziale che si dispiega per permetterci di crescere e conoscerci meglio. Rinunciare alla vita per paura, scegliendo l'immobilità e la sopravvivenza, annulla il recondito significato del nostro viaggio terreno e ci avvicina a quella morte che tanto ci terrorizza. Il contatto ravvicinato con la malattia e, conseguentemente con la morte, dovrebbe valorizzare la bellezza e l'intensità della vita, non annientarle. 
Una vita che, di punto in bianco, ci appare come una rete di relazioni alla quale non possiamo sottrarci e alla quale dobbiamo rispetto. Quel rispetto che troppo spesso abbiamo dimenticato, in primis nei confronti di noi stessi.
Vivere al di là della paura significa imparare a rispettare la vita, lo spirito che la nutre, il corpo che la contiene, le relazioni che la arricchiscono, le unicità che la colorano.
Vivere al di là della paura significa rispettare la nostra umanità e accoglierne la sua limitatezza.
Vivere al di là della paura significa accettare il dono della trasformazione con amore, accogliendone la bellezza e, insieme, la caducità.


Foto di Tammi Nowack da Pexels

lunedì 24 agosto 2020

LE COSE DA BUTTAR VIA LUNGO IL PERCORSO

 Nella crescita personale non bisogna mai dimenticare le cose da buttar via. Gli atteggiamenti collettivi e l'identificazione con gli altri ostacolano la capacità di riconoscere ciò che è nostro da ciò che non lo è. 
Fare come fanno fanno tutti, parlare come parlano tutti non sempre rispecchia il nostro modo di pensare. Allo stesso modo, ammirare qualcun altro e sforzarsi di essere come quella persona, ci impedisce di diventare noi stessi.
Individuazione significa anche separazione da ciò che non ci appartiene. L'investire tempo ed energia su qualcosa che non è nostro ci allontana da chi siamo.
L'essere noi stessi induce uno stato di tranquillità. La libertà di non dover perseguire un ideale o un'immagine o un comportamento che non faccia parte di noi è profondamente terapeutica per il nostro benessere psico-fisico.
Questa è la forza che ci permette di essere flessibili di fronte agli eventi. 
Indurirsi è un sintomo di debolezza. Le persone si irrigidiscono per paura e tendono a chiudersi. Solidificare il Sè, il nostro centro, non significa irrigidirsi, ma ammorbidire le parti della nostra personalità che si sono congelate; significa scongelare le parti che abbiamo accantonato a seguito di esperienze negative e distruttive vissute durante l'infanzia: i sentimenti, la fiducia, la spontaneità.
La coerenza è sempre interiore e la trasformazione la rispecchia.


mercoledì 12 agosto 2020

I MOMENTI, QUELLI CHE SEMBRANO IMMOBILI

 Vi è mai capitato di vivere periodi in cui vi sembra di correre all'impazzata senza muovervi di un millimetro? Sì, mi riferisco proprio a quei momenti di vita che sembrano immobili: stracarichi di impegni, ma in grado di scatenare in noi la sensazione di non concludere assolutamente nulla.

Come se la nostra energia fosse totalmente esaurita nella corsa. Una corsa improduttiva, fine a se stessa. 

Dopo il lock down è capitato a molti di dover sgrovigliare i sospesi uno dietro l'altro. Sarà che il fermo ci aveva abituati a stare e dopo la fatica iniziale, avevamo iniziato ad apprezzarne il valore. Eppure ad un'analisi oggettiva, prima del Covid correre era parte di noi, eravamo allenati a farlo tanto che non percepivamo il dispendio energetico richiesto al nostro corpo. La ripresa ci ha riportati in carreggiata in corsia di sorpasso e ci ha regalato la consapevolezza del movimento. Per alcuni è stato un sollievo, per altri una fatica. Per tutti una presa di coscienza del proprio modo di vivere. Ognuno di noi ha assaporato i due estremi (apertura e chiusura) a modo suo. Chi ha ritrovato nella fuga all'esterno la sua ancora di salvezza ha probabilmente vissuto l'immobilità con grande difficoltà e allo stesso modo chi ha vissuto con serenità il lock down ha reagito alla ripresa con il fiato corto. C'è anche chi si è arenato per strada, incapace di adattarsi al cambiamento. La paura ha fatto la sua parte.

Mi appare l'immagine del mare, con l'alternarsi delle sue onde e le sue correnti di risacca in continua trasformazione. La bellezza della natura è sempre una grande insegnante e il mare ci mostra come avanzare, ritornare, affrontare gli ostacoli, lasciar andare ciò che non serve più... senza fermarsi mai.

E' solo questione di equilibrio. E di ricerca dell'equilibrio. 

Donatella Coda Zabetta

Foto di Lucas Meneses da Pexels


sabato 6 giugno 2020

LA PAURA DEL MOVIMENTO

L'esperienza del lock down a causa del Covid 19 ha lasciato in noi tracce indelebili. Tuttora se ne scorgono le conseguenze nel nostro modo di muoverci nel mondo.
Di colpo ci siamo trovati a fare i conti con l'immobilità e per molti è stato traumatico. Rallentare i ritmi frenetici dell'abitudine ci ha fatto sentire vuoti, persi, impotenti. Le reazioni a queste sensazioni si sono sprecate e hanno spaziato dalla negazione della realtà ad un illusorio tentativo di controllarla.
A dirigere il sentire, la paura. Una paura atavica legata alla fragilità intrinseca dell'essere umani.
E' stato naturale attutire le ombre della paura immobilizzandosi e fingendosi morti. La natura stessa ci mostra quanto questa strategia sia funzionale in caso di pericolo quando la fuga non è possibile.
"Se fermo la mia vita e la immobilizzo, la malattia non può contagiarmi" è stato il pensiero che ha scandito e giustificato le nostre giornate di confinamento e le poche uscite iper protette necessarie a garantirci la sopravvivenza. E poco per volta ci siamo abituati a digerire l'immobilità con i suoi ritmi dilatati, senza tempo, senza impegni e senza socialità. Abbiamo associato all'idea dell'altro quella di pericoloso untore, portatore invisibile di virus, e abbiamo eretto barriere culturali ancor più spesse per difenderci. Il continuo martellamento dei mass media ha potenziato questa percezione.
Con la fine del lock down e la graduale riapertura abbiamo mosso i primi passi in un mondo malato con circospezione, controllando il respiro e allo stesso tempo, con sguardo critico, l'altro. Eravamo già diffidenti verso l'altro: ora abbiamo potenziato i nostri radar difendendo il nostro metro con agguerrita tenacia. E se proviamo a infrangere le regole, veniamo redarguiti.
Abbiamo imparato a essere sterili e mascherati per poter vivere nuovamente una dimensione sociale.
C'è chi si è adattato, c'è chi ha scelto di continuare il confinamento in modo volontario e c'è chi ha optato per un respiro a pieni polmoni isolandosi nella natura.
In ginocchio l'economia osserva l'uomo e le sue strategie confuse mentre la politica esercita il suo controllo senza trasparenza e chiarezza d'intenti.
La tensione in tutto il mondo è tangibile. La paura regna sovrana con il suo scettro di irrazionalità e sparge le sue tentacolari ombre su menti congelate e poco reattive.
I consumi vacillano sull'onda delle limitazioni, i servizi ristagnano a causa dell'affossamento della dimensione sociale.
Dov'è l'uomo in tutta questa baraonda? Quando il suo cuore ha smesso di battere?


Foto di Michael Judkins da Pexels

sabato 25 aprile 2020

LO SPAZIO VITALE DELLA LIBERTA'

Possiamo immaginare il nostro spazio vitale come un cerchio di cui siamo il centro. All'interno della circonferenza è garantito il benessere psico-fisico personale. La circonferenza delimita cioè lo spazio che ci è indispensabile per stare bene con noi stessi e con gli altri. Lo spazio del nostro respiro. La circonferenza si espande quando vogliamo rilassarci e respirare in profondità. Si tratta dei momenti in cui abbiamo bisogno di dedicarci a noi stessi e di recuperare le energie; sono i momenti introspettivi della solitudine. La circonferenza si contrae quando, al contrario, ci immergiamo nella quotidianità e il nostro spazio si inserisce in una fitta rete di relazioni. 
Le fluttuazioni del diametro della circonferenza fanno parte del naturale dispiegarsi delle cose, ma devono rispettare l'equilibrio intrinseco determinato dal mantenimento del benessere psico-fisico individuale. Il benessere generato dal ritmo del nostro corpo che per essere in forma ha bisogno dell'alternarsi di attività e riposo, di un'alimentazione equilibrata e di relazioni bilanciate dal rispetto individuale.
Prima del virus potevamo incontrare cerchi di tutti i tipi: piccoli e grandi, medi e bislacchi, rossi, gialli, blu e di tutti colori dell'arcobaleno, cerchi bucati e cerchi cerchiati.
C'era chi aveva espanso il proprio diametro tanto da occupare lo spazio di almeno 100 cerchi e chi al contrario l'aveva ridotto tanto da divenire invisibile. Chi ribolliva di rabbia al punto da avere un cerchio pieno di spuntoni e chi, incapace di dire no, aveva un cerchio pieno di buchi. 
Nel mondo dei cerchi regnava una gran confusione di priorità: tutto sembrava essenziale e nulla sembrava mai abbastanza. E i cerchi rotolavano frenetici in ogni direzione come la sabbia travolta dall'infrangersi delle onde sulla battigia. 
Quando il virus fece la sua comparsa all'interno dei primi cerchi, dipingendoli del colore della morte e riducendone gradualmente il diametro, gli altri cerchi si spaventarono e di colpo la paura creò vuoti e distanze ovunque riportando i diametri delle circonferenze a misure più contenute.
La paura era come una scossa veicolata nell'etere, potente come una Medusa che pietrificava chi osava guardarla. Qualche cerchiolino disperato rotolò via terrorizzato e qualche altro tentò di allargare il proprio spazio vitale sfidando la paura, ma era impossibile infilarsi tra i cerchi sempre più gonfi e ingombranti di coloro  che raccontavano la paura.
A forza di contrazioni ed espansioni controllate qualcosa cambiò. 
I cerchiolini dal respiro sempre più contratto notarono la contraddizione: mancava l'aria sempre e comunque.  Qual era la differenza tra il rimanere pietrificati dalla paura e il non poter respirare? 
Alla notizia che i cerchi avrebbero dovuto indossare il guinzaglio per potersi espandere nuovamente, i cuori si unirono in un unico respiro, quello della libertà.



Foto di Kevin Menajang da Pexels

martedì 21 aprile 2020

IL VIRUS E' DENTRO DI NOI

Il virus è dentro di noi: nei nostri pensieri, nelle nostre paure, nelle nostre emozioni represse e manifestate. Il virus ha invaso ogni nostra cellula e noi lo abbiamo permesso idealizzando un nemico invisibile in grado di ucciderci. 
Il virus è dentro di noi. Lo è sempre stato: è la nostra ombra. Un'ombra capace di oscurare il discernimento e di dar forma al nostro delirio di onnipotenza. Un'ombra subdola, manipolatrice, patologica.
Il virus è dentro di noi e noi continuiamo a cercarlo all'esterno. Lo cerchiamo dove non lo troveremo mai perchè ci terrorizza trovarcelo davanti. Così ogni giorno addebitiamo le nostre ombre al carnefice di turno, immolandoci a vittime sacrificali. E ogni giorno i carnefici di turno rivendicano il loro essere vittime di una rabbia distruttiva e indolente. Chi fa sbaglia, chi non fa accusa.
Il virus è dentro di noi e risveglia il nostro istinto animale di sopravvivenza. Fuggiamo, combattiamo, ci fingiamo morti. Pochi hanno il coraggio di guardare l'ombra e riconoscerla al proprio interno assumendosene la responsabilità.
Il virus è dentro di noi e noi lo proiettiamo sullo schermo della nostra quotidianità. Un horror oscuro e inquietante di cui siamo gli inconsapevoli attori protagonisti. E indefessi recitiamo la nostra parte dando la caccia ad un virus che fa di tutto per ucciderci, senza renderci conto che quel virus è parte di noi. E' parte del nostro suicidio di massa, della nostra rinuncia alla libertà.
Il virus è dentro di noi e noi non vogliamo riconoscerlo. Preferiamo non vederlo e continuare a dar la caccia alle streghe. Da sempre l'uomo crea nuovi nemici da combattere pur di non affrontare la  propria ombra.
Il virus è dentro di noi e noi recitiamo la parte dei cavalieri senza macchia. Non vediamo che la rabbia che ci circonda è la nostra stessa rabbia, che l'egoismo che ci fa ribrezzo è il nostro stesso egoismo, che l'indifferenza che contestiamo è la nostra stessa indifferenza.
Il virus è dentro di noi e continuerà a proliferare indisturbato fino a quando non ce ne prenderemo cura. Non è possibile eliminarlo senza eliminare l'uomo stesso. Abbandoniamo l'ascia di guerra e vestiamo i panni di chi abbiamo innalzato al ruolo di eroi curando noi stessi, rimettendoci in discussione, facendo i conti con la nostra ombra. Non possiamo dissociarci da una parte di noi senza disumanizzarci. Solo sperimentando il nostro buio, sapremo comprendere quello di chi ci è accanto e crescere insieme.


Foto di Maria Pop da Pexels



sabato 18 aprile 2020

HO PAURA DI VIVERE

Ho paura di vivere perchè potrei morire.

Che effetto vi fa leggere queste parole? 
Buffa affermazione, non c'è che dire. Non fosse che questa buffa affermazione rappresenta la fotografia di quanto stiamo vivendo.
Non riesco a comprendere se siamo rimasti fulminati dalla consapevolezza di essere mortali.
La paura è irrazionale e ha dominato i pensieri e annebbiato le menti al punto da indurle a credere di poter controllare la morte.
E per farlo quasi tutti ci siamo immobilizzati, cioè ci siamo finti morti attivando una delle strategie di sopravvivenza innate in presenza di predatore; altri hanno attivato l'altra, la fuga. La nostra natura animale ha preso il sopravvento e ha diretto l'azione individuale. 
A farmi sorridere è la figura del predatore che ci tiene in scacco: un virus invisibile e potente che se ne frega dei nostri maldestri tentativi di controllarlo, prevederlo, arginarlo. 
Un virus che si comporta da virus e che agisce da virus senza velleità alcuna di sterminarci, sebbene sia vissuto a livello mondiale al pari di una guerra.
Un virus in grado di renderci uniti e animali nelle reazioni, ma divisi e fin troppo umani nella lotta per la sopravvivenza. Contradditori come sempre noi esseri pensanti e mortali.
E nel mezzo delle nostre contraddizioni abbiamo smesso di vivere per sopravvivere, perchè non solo stiamo fingendo di essere morti, ma siamo convinti sia la strategia vincente per sconfiggere il virus.
In effetti lo è. Se siamo già morti, cos'altro mai ci potrà uccidere?
E nella nostra immobilità respiriamo a pieni polmoni l'aria salvifica dell'immortalità. Nella nostra prigione mentale ci sentiamo liberi e onnipotenti. 
Contradditori come sempre noi esseri pensanti e mortali.
Siamo morti per fermare il virus e il virus continua a fare la sua vita fintanto che la natura vorrà. 
Una natura saggia e meravigliosa rinata in tutta la sua bellezza grazie alla nostra immobilità. 
Una natura che ha saputo morire per rinascere. 
Questo è l'insegnamento di cui dovremmo far tesoro.



Foto di PhotoMix Ltd. da Pexels



lunedì 13 aprile 2020

L'IMMUNITA' DI GREGGE

La prima volta che sentii alcuni politici parlare di immunità di gregge in relazione al coronavirus ebbi una reazione esagerata ondeggiante tra la sorpresa e il disgusto. Oggi, se analizzo quella reazione emotiva vedo la grande paura che l'aveva scatenata. Una paura irrazionale e pervasiva di fronte al virus. L'idea stessa di non fare nulla, mi picchiava in testa, celata dal ben più nobile intento di voler salvare il mondo. Correre sulla ruota come un criceto impazzito calmava la mia paura e acquietava le preoccupazioni. Stando a casa avrei potuto dissociarmi da quell'idea così bizzarra. E così feci.
Il coronavirus arrivò comunque e mi sfiorò da vicino servendomi su un vassoio d'argento una portata che mai avrei voluto assaggiare. 
Non avevo smesso un attimo di correre sulla ruota, come poteva essere accaduto? 
Quando il virus bussò alla porta accanto, lo osservai interdetta con la stessa sorpresa e lo stesso disgusto che ben conoscevo. Mi misi a correre sulla ruota con ancor maggiore foga per non sentire la sensazione di impotenza che pareva invadere ogni mia cellula annebbiandomi la mente. Il nemico invisibile mi stava accerchiando, ma non riuscivo a vederlo sebbene lo sentissi aleggiare nell'aria. Un'aria sempre più pesante per parole, pensieri, notizie. Un'aria irrespirabile, da fiato corto, l'unica a disposizione. Il virus dettava le regole del gioco e avrebbe decretato vincitori e vinti senza esclusione di colpi e indipendemente dal fatto che io continuassi a correre sulla ruota dissipando nello sforzo ogni inconscio tentativo di sconfiggerlo. 
Furono settimane delicate, faticose, di alti e bassi umorali. La meditazione mi aiutò ad uscire dall'uragano coronavirus con le radici affondate nell'inferno e i rami protesi ad abbracciare il cielo. A salvarmi fu l'accettazione della mia impotenza di fronte agli eventi. 
Come un albero sferzato dalle intemperie osservai la morte danzare intorno al gregge, insinuarsi tra le pecore, sfiorare gli agnelli e sfiancare gli elementi più fragili con naturalezza. Allo stesso modo notai la disperazione, la paura, la vulnerabilità del gregge di fronte alla consapevolezza di non essere immortale.
Davanti alla morte le reazioni delle pecore furono le più disparate: ci fu chi la sfidò, chi abdicò ad essa, chi la prese in giro, chi si armò e partì per la guerra, chi si rintanò, chi cercò di distruggerla o neutralizzarla, chi iniziò a correre, chi scappò lontano, chi impazzì, chi decise di aiutarla, chi ideò piani e strategie per controllarla, chi si azzuffò per attirarne l'attenzione e chi ebbe il coraggio di guardarla negli occhi.
La risata della morte di fronte a cotanta attività echeggiò a miglia di distanza e ancora la posso sentire risuonare nell'aria seminando il panico tra le greggi.




Foto di Ali Hadbe da Pexels


lunedì 6 aprile 2020

IL MONDO IN UNA STANZA

Oggi mi sono svegliata con l'immagine del mondo in una stanza. 
Significativa, se pensiamo alla situazione attuale. 
L'intuizione che ne è seguita è, però, ancora più significativa.
Spesso abbiamo letto e sentito dire che la realtà è specchio di noi stessi.
Se così fosse, quanto stiamo vivendo non è diverso da chi siamo.
Ho insistito molto sul concetto di chiusura che sembra caratterizzare l'uomo attuale.
Bene, ora siamo immersi nella manifestazione di questa chiusura.
E non ci piace affatto.
Tanto che cerchiamo di fuggire dalla chiusura imposta 
mettendo a rischio la nostra salute e quella di chi ci è vicino.
Un po' lo stesso meccanismo che si instaura quando in una situazione di chiusura
attiviamo il movimento per disperdere la nostra energia all'esterno
ed evitare di fare i conti con noi stessi
(a danno della salute psico-fisica nostra e di coloro che ci sopportano).
A seguito di questa riflessione non posso che congratularmi con l'universo per la mossa geniale.

Da tempo insisto sull'attivazione di un lavoro sul corpo come chiave verso la consapevolezza.  
Il contatto con la fisicità è infatti il modo più semplice a nostra disposizione per filtrare la frenetica attività della mente. Lo realizzai dopo aver scritto "IL CORAGGIO DI ASCOLTARSI" e aver accompagnato le persone in meditazione per diversi anni. L'esperienza mi mostrò quanto il contatto con il corpo fosse sempre più labile e così decisi di verificare questa ipotesi osservando con consapevolezza classi di esercizi di qi gong. La ricerca mi confermò la percezione che avevo maturato nei gruppi di meditazione e mi spinse a proporre un lavoro fisico di consapevolezza sul corpo e scrissi "IL RITMO DEL CORPO". Credo molto in questo progetto, ma presuppone un intento che non tutti non sono disposti a accogliere in un lavoro su se stessi: quello del lavoro fisico attuato con pazienza e consapevolezza. Non potevo fermare la mia ricerca in questo senso, così ho deciso di attuare una strategia diversa e proporre un romanzo di formazione. Sto seguendo l'editing del manoscritto proprio in queste settimane. E' stata una grande fatica cambiare l'approccio da saggista per vestirlo con la penna del romanziere, ma come ogni trasformazione ha coinvolto la mia crescita personale. Perchè un romanzo? Perchè essere troppo diretti non funziona. E l'intento va coltivato con cura e con leggerezza, come un seme che per poter mettere radici deve ricevere nutrimento e attenzioni. 
Non si può scalfire l'inconsapevolezza con un fendente dritto al cuore, della serie "Stai a casa". La situazione che osserviamo ce lo dimostra chiaramente. Stiamo letteralmente scappando da noi stessi.
Ma forse lo si può fare attivando delle fotografie, dei primi piani, dei cambi di prospettiva, un po' come quello che ho proposto nelle righe superiori del post. 
Piccole gocce a inumidire la terra affinchè i semi possano germogliare.



Foto di Clara da Pexels