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venerdì 24 giugno 2022

VISIBILITÀ

 Visibilità. 
Quando si cerca visibilità?
Quando non ci si vede e si ha bisogno della visione degli altri per vedersi.
La visibilità, se ricercata continuamente e compulsivamente, è una prigione che ci lega indefinitamente ad un'immagine che non ci appartiene in quanto derivata dall'esterno.
Quando non siamo capaci di vederci?
Quando siamo stati condizionati a credere di essere sbagliati, non all'altezza,
per cui ci convinciamo che il nostro essere debba essere rettificato e normalizzato.
Questa convinzione ci impedisce di lasciar emergere ciò che siamo nella nostra interiorità privilegiando l'immagine che gli altri hanno di noi. Se per caso venisse a crearsi una situazione in cui il nostro essere entra in conflitto con questa immagine, ne usciamo devastati e disintegrati. Perseguire un'immagine che si scontra con il nostro essere più profondo porta dissociazione, confusione, frustrazione. 
Il passaggio necessario a rendersene conto passa attraverso la consapevolezza del proprio disagio, di quella spaccatura che sembra caratterizzarci bloccando la nostra evoluzione. Divenire consapevoli di questa spaccatura ci porta a domandarci da quale lato della stessa vogliamo stare. Siamo abituati a conoscerne uno solo e l'altro ci appare lontano e pericoloso in quanto per raggiungerlo dobbiamo fare un salto nel vuoto. Eppure arriva un momento nella vita in cui quel salto è inevitabile. E quando si trova il coraggio di saltare dall'altra parte ci si può sentire soli in quanto non più corrispondenti alla norma.  È solo una percezione riflessa  e mantenuta dall'abitudine di una visione distorta. Abbandonare l'immagine è fonte di libertà, espressione e realizzazione.
Ogni percorso è unico e la sua manifestazione deve derivare dall'emanazione della propria interiorità per realizzarsi. Sganciarsi da convinzioni e stereotipi è il passaggio obbligato verso la libertà dell'essere.
Sii libero e spiega le ali verso il cielo perché il mondo visto dall'alto è quanto di più fedele alla realtà possa esistere.



Foto Donatella Coda Zabetta

domenica 28 gennaio 2018

ESSERE A"SOCIAL" SI PUO'

Sono alcuni giorni che non scrivo sul blog, non dedico tempo ai social e non ne sento la mancanza. Sto diventando a"social"? No, sto semplicemente realizzando che non ne sono intossicata: ne posso fare a meno. Sono libera. 
Ho voglia di scrivere? Scrivo. Non ho niente da dire? Silenzio.
E' una bella sensazione, quella della libertà, dell'assenza di bisogni.     
Capita di restare inchiodati al pc, al tablet o al telefono per ore senza rendersene conto: il tempo scorre in un virtuale al di là della quotidianità, rendendolo reale. Amici che non si conoscono si trasformano in una piacevole abitudine facilmente accessibile: nella quantità, qualcuno online lo si trova sempre. La gratificazione generata da commenti  positivi ai propri pensieri diviene, giorno dopo giorno, una consuetudine che infiamma il piacere di essere visti ed apprezzati. La curiosità del gossip fa il resto insieme alla possibilità di essere l'immagine ideale di se stessi.
La scelta di essere "social" perde di consapevolezza  e poco per volta diviene assuefazione, bisogno.
E il bisogno, si sa, genera altri bisogni: la ricerca della gratificazione dilaga con post farlocchi ad attirare attenzione e i toni dei commenti si fanno veementi come se ci si trovasse in tribunale e non in una  piazza del mercato. Le notizie si ingigantiscono, si alterano e dilagano come un'onda anomala a travolgere intelletti addormentati. 
Essere "social" si trasforma in una schiavitù scelta per inconsapevolezza e dalla quale è faticoso liberarsi.
Essere a"social" si può. Provaci.






giovedì 14 dicembre 2017

OSSERVO O ASCOLTO?

Ci sono momenti in cui l'osservazione della realtà cattura tutta la nostra attenzione stimolando in noi l'emersione di emozioni, ricordi, immagini. La curiosità dirige l'energia all'esterno e il corpo e le percezioni la riportano all'interno. Non possiamo essere ubiquitari e, quindi, ci tocca scegliere una direzione per poterla approfondire. Se restiamo proiettati all'esterno rischiamo di incrementare il flusso emotivo e la conseguente confusione che una mancata elaborazione dello stesso può determinare. Il ritorno all'ascolto, di primo acchito, ci può apparire bloccante, soprattutto quando ci pone di fronte a troppe informazioni tutte insieme ed è difficile scandagliarle per arrivare a comprenderne la fonte, che è sempre di natura interiore sebbene la realtà abbia risuonato con essa tanto da travolgerci. Riuscire a fare silenzio e rimanere aperti nella tempesta è l'approccio migliore: lascare o cazzare le vele della nostra barchetta in un mare in burrasca non serve, dobbiamo aspettare che il vento emotivo si calmi per incanalarne l'energia in modo costruttivo. Disidentificarsi con le emozioni è il primo passo e per farlo è importante lasciare il ruolo di attore protagonista, sedersi in platea, respirare e guardare alle cose cambiando prospettiva. Non bisogna avere fretta e quando meno ce l’aspettiamo un’immagine o un’intuizione prenderà forma e ci svelerà una direzione da seguire. Il rischio maggiore, a questo punto, è analizzare razionalmente quanto accade filtrandone l’energia e bloccandone  la manifestazione spontanea. In questo processo siamo gli artisti delle conclusioni affrettate, dei giudizi emanati e dell’astrazione concettuale: l’esserne consapevoli ci evita di salire sul primo freccia rossa che passa e finire nella stazione sbagliata, ma che ci piacerebbe di più. Sì, perché, ahimè, capita spesso e volentieri di finire esattamente nei sobborghi periferici e malfamati che avremmo voluto evitare. Paure e debolezze si trovano a loro agio nel fango del nostro dimenticatoio ed è proprio lì che ci tocca riscoprirle. Un bel viaggio arzigogolato, quello all’interno di noi stessi, tanto che ci sembra di macinare km di salite ripidissime e discese vertiginose senza aver mosso neanche un passo, o almeno così ci sembra.




sabato 27 febbraio 2016

L'IDEA CHE HO DI ME CORRISPONDE A CHI SONO?

Mi è capitato spesso, proponendo la meditazione dell'albero che descrivo nel libro IL CORAGGIO DI ASCOLTARSI, di ascoltare le condivisioni e realizzare quanto l'utilizzo di un semplice simbolo, qual è l'albero, possa aiutare a comprendere come l'immagine che ci siamo creati di noi stessi spesso non corrisponda alla nostra essenza più profonda. Osservando il proprio albero, a fronte di una richiesta inaspettata a farlo, può accadere di trovarsi di fronte ad una visualizzazione che la nostra mente critica non accetta e giudica. A quel punto l'identificazione con l'albero diviene faticosa e si tende a stravolgerla, adattando l'immagine ad un albero che si ritiene più corrispondente alle proprie esigenze, ripristinando, quindi, l'immagine mentale che abbiamo di noi stessi. Questo atteggiamento crea un velo illusorio tra chi desideriamo essere e chi, invece, siamo veramente. Vi è un profondo lavoro di accettazione da portare avanti per sciogliere questo velo: un percorso teso a realizzare ed accogliere le proprie paure e debolezze, a disgregare gli schemi mentali derivanti dall'educazione e l'attitudine al giudizio. Poco per volta, l'albero si trasforma a svelare la nostra natura e la sua intrinseca bellezza.