lunedì 16 marzo 2020

SOLO TU HAI LA CAPACITA' DI RISVEGLIARTI

"Solo tu hai la capacità di risvegliarti." scrive Osho e continua "Poichè tu solo sei in grado di addormentarti, come può qualcun altro essere responsabile del tuo risveglio?"
In un momento in cui la responsabilità individuale può fare un'enorme differenza per ciascuno di noi, è bene riflettere su queste parole. Mai come oggi è evidente il collegamento tra libertà e responsabilità e tra libertà, responsabilità, scelta.
Ciascuno di noi è libero di scegliere se rispettare la normativa di non uscire di casa. Quello che non è chiaro a molti è la responsabilità che questa scelta comporta nei confronti di se stesso e degli altri. Quello che di primo acchito può, infatti, apparire come un atto egoistico teso a rivendicare il potere personale di essere libero di scegliere, è infatti un semplice atto di inconsapevolezza sostenuto da un'illusione d'immunità al virus o dal disprezzo della vita stessa. 
La chiusura effettiva e manifesta a cui siamo vincolati contrasta in modo evidente con l'innegabile relazione che ci lega agli altri per via della nostra umanità. Siamo i nodi di una rete e se in essa alcuni nodi cedono l'intera struttura nè risentirà e dovrà aumentare i propri sforzi per contenere i danni. E' solo questione di oggettività. Se dormi non puoi rendertene conto, ma se ti svegli non puoi non farlo.
Il risveglio, come ognuno di noi sta sperimentando, è alquanto faticoso. Prima di tutto comporta lo stare con noi stessi con tutto il disagio che questa dimensione comporta. Abituati come siamo a disperdere le nostre energie all'esterno per fuggire il sentire, immergersi in esso può risultare assai scomodo. E' evidente che chi non riesce a stare e permea la sua scelta di uscire con giustificate illusioni, sta continuando a dormire scegliendo la famosa via in discesa della sopravvivenza. Svegliarsi implica fare i conti con le proprie fragilità e le proprie paure, per iniziare a vivere con consapevolezza riconoscendo il valore della vita stessa.
Il mondo è ricco di sonnambuli che sovvertono l'ordine delle priorità attribuendo a bisogni secondari (economici e di potere) maggiore importanza rispetto ai bisogni fisiologici che sostengono la vita.
Secondo Maslow (1970) il comportamento dell'uomo sarebbe regolato da bisogni che ne determinano le azioni verso obiettivi di natura biologica e psicologica. 
Maslow individua una scala dei bisogni organizzata in modo gerarchico: nella posizione più alta pone il bisogno di autorealizzazione (realizzazione delle nostre potenzialità) e asserisce che questo bisogno può essere  soddisfatto solo dopo aver soddisfatto i bisogni precedenti a partire dalla base: i bisogni fisiologici per primi, poi il bisogno di sicurezza (stabilità di relazioni e prevedibilità delle condizioni ambientali), a seguire il bisogno di appartenenza (la famosa rete sociale) e il bisogno di autostima (rispetto e riconoscimento individuale e sociale). 
Secondo Maslow il soddisfacimento dei bisogni procede con la maturazione dei processi cognitivi e affettivi dell'uomo, rispecchiandone la crescita evolutiva.
Ho tirato in ballo Maslow per offrire uno spunto di riflessione. La situazione attuale ha fatto vacillare il soddisfacimento dei nostri bisogni di base rimettendo in discussione stili di vita, relazioni, scelte.
Per questo motivo lo stare ci rimanda senza mezzi termini alla nostra vulnerabilità e ci sta stretto: una cosa è certa, sognare di essere invincibili non ci renderà mai tali cosi come il detenere il potere su un gregge di cadaveri non ci renderà onnipotenti.
"Solo tu hai la capacità di risvegliarti." scrive Osho e continua "Poichè tu solo sei in grado di addormentarti, come può qualcun altro essere responsabile del tuo risveglio?"


Un fiore al giorno per stare nella bellezza
e muoversi con consapevolezza

Foto di Donatella Coda Zabetta




martedì 3 marzo 2020

CONFUSIONE VIBRAZIONALE

C'è molta confusione vibrazionale nell'aria e questa situazione è molto destabilizzante.  Restare centrati e in equilibrio richiede uno sforzo attivo verso la consapevolezza.
Ognuno di noi ha un carico di emozioni non espresse che possono facilmente entrare in risonanza con le forme-pensiero dilaganti acuendo rabbia, paura, tristezza.
Mi piace immaginare un bivio dinnanzi a ciascuno di noi: la via a sinistra si inerpica in salita, mentre quella a destra corre in discesa. Entrambe le vie sono contraddistinte da cartelli segnaletici ad accompagnare il percorso.
Nella via in salita è facile trovare indicazioni come "Respira profondamente", "Soppesa le parole prima di proferirle e siine responsabile", "Rispetta gli altri e l'ambiente", "Sii consapevole dei tuoi pensieri e delle tue azioni"...
Nella via in discesa le indicazioni sono di tutt'altro tipo. Ne posto degli esempi: "Sfoga la tua rabbia sugli altri perché trattenerla nuoce gravemente alla salute", "Giudica ed esprimiti senza remore", "Fai i tuoi interessi e difenditi dagli altri", "Aggredisci chi la pensa diversamente da te"...
Ognuno di noi è libero di scegliere liberamente quale delle due vie percorrere. 
La via a sinistra, quella che si inerpica, è molto faticosa e sdrucciolevole e non di rado può capitare di scivolare lungo di essa e di dover ricominciare a salire una seconda o una terza volta: essa porta alla Vetta del Distacco, punto in cui la vista è nitida e meravigliosa. La visuale spazia infatti a 360 gradi offrendo una visione d'insieme ricca di significato. 
La via a destra, quella in discesa, sembra offrire immediato ristoro al viaggiatore. La destinazione, la Valle dell'Inconsapevolezza,  è solitamente un luogo molto affollato che limita lo spazio vitale alla propria persona. Urla, pianti e violente aggressioni dominano la Valle dell'Inconsapevolezza che avendo capienza limitata obbliga i nuovi arrivati a dichiarare guerra ai presenti. La cosa buffa è che ciò che durante il cammino era fonte di leggerezza e forza, si trasforma d'un tratto in una fragilità difficile da gestire nell'anarchia generale. Si narra che la terra desertificata della valle inglobi periodicamente i corpi rinsecchiti e senza vita di coloro che hanno sbraitato tanto da prosciugare fino all'ultima goccia ogni liquido corporeo.
Questo gran movimento è visibile dalla cima della Vetta del Distacco e pare un ribollire isterico di menti fuori controllo.



Ad uso gratuito (CCO) - Pexels



lunedì 24 febbraio 2020

IL RE DELLA CORONA

C'era una volta in un lontano paese d'Oriente il Re della Corona. Il suo potere subdolo e invadente aveva fatto parlare di sé l'intera galassia. Si diceva potesse penetrare l'anima delle persone con un solo soffio e invaderla fino a limitarne il respiro. La paura che fosse in grado di dominare l'umanità iniziava ad essere plausibile di fronte all'incapacità umana di erigere barriere in grado di fermarne l'invasione. La caccia al contagiato seminò terrore e follia di fronte al fumoso aleggiare del potere senza confini del Re della Corona.
C'era chi osservava da dietro la finestra, chi sputava dichiarazioni, chi negava la sua stessa esistenza, chi viveva nel terrore, chi si ammalava e chi vi soccombeva.
Tutti guardavano con curiosità chi riusciva a sopravvivere all'invadenza del Re della Corona: esisteva allora una formula magica in grado di non rimanere soggiogati dal suo indomito potere di conquistatore?
I fanciulli sembravano conoscerne il segreto. Che la loro vitalità fosse più forte della morte? O forse era la loro innocenza a non trattenere il potere della Corona? Non era dato sapere e fior di scienziati passarono intere settimane a studiare le strategie del Re della Corona senza riuscire a prevederle.
Rivoli di potere invasero vie, paesi, città e intere regioni. Il cibo iniziò a scarseggiare e l'odio a mettere radici. La frustrazione dell'impotenza si impadronì delle menti e si espanse tutt'intorno seminando vuoto e inconsapevolezza. 
Il Re della Corona poteva regnare incontrastato. 
I medici smisero di fare i medici, gli infermieri smisero di soccorrere i malati e i malati morirono tra lo sguardo indifferente di coloro che tutelavano la propria incolumità a qualunque prezzo.
Nell'isola che non c'è una bambina, la Regina delle Acque, osservava con attenzione il rannuvolarsi del cielo: qualcosa stava cambiando nell'aspetto delle nuvole. Si erano fatte più dense e scure, tanto che i raggi del sole non potevano più penetrarle. 
Quando il giorno si trasformò in notte, la piccola Regina sentì che era arrivato il momento di intervenire. Si recò alla cascata sacra con doni di terra e attese fiduciosa una risposta per sei lunghi giorni e sei notti. Il Drago dalle tre teste arrivò all'alba del settimo giorno. La bambina lo attendeva. Si voltò verso di lui e lo osservò mentre inalava le nuvole scure e le sputava come lingue di fuoco a incenerire tutto ciò che lo circondava. 
La bambina divenne acqua, trovò riparo nella cascata e inviò il suo richiamo all'oceano affinché le sue onde si elevassero fino al cielo per confondersi con le nubi. Il Drago dalle tre teste le aspirò con voracità e un fiume d'acqua irrorò il terreno bruciato. Una, due, tre volte ... finché il Drago, esausto, crollò in un sonno profondo. La Regina delle Acque, a quel punto, gli si avvicinò e ne accarezzò le teste trasformandole in sorgenti di acqua cristallina. 
Ancora oggi si dice che la Montagna della Conoscenza ebbe origine tanti secoli fa dal corpo di un Drago a Tre Teste. I bambini si recano spesso su quella Montagna per giocare nei pressi delle sue magiche sorgenti dove si narra viva una bambina bionda, bellissima e regale, la cui voce cristallina si ode prestando ascolto alla Cascata del Potere. 
Del Re della Corona resta solo un vago ricordo nelle storie dei vecchi quando raccontano ai nipotini dell'epoca in cui l'aria era diventata così carica di rabbia e di odio da diventare velenosa.



Foto di Mike da Pexels



domenica 16 febbraio 2020

GIOCARE DA LIBERO

Giocare da libero è impegnativo. 
Si è liberi da marcature fisse, ma sempre pronti a intervenire in seconda battuta al bisogno. 
Il libero è il regista della squadra: la osserva e interviene al momento giusto indipendentemente dal ruolo che deve interpretare.
Il libero deve confrontarsi con l'invisibilità e la criticità che l'assenza di un ruolo fisso riveste. 
In fondo il libero deve porre rimedio agli errori già commessi (impresa non facile) senza sbagliare a sua volta. 
Il libero deve saper anticipare le mosse del gioco e saperlo gestire con prontezza di riflessi.
Per questo giocare da libero è impegnativo.
Appena ci si muove si è sotto i riflettori delle aspettative e deluderle è un attimo.
Il libero, non avendo ruoli, costruisce dietro le quinte: non fa punti, ma evita semplicemente di perderli.
Giocare da libero è impegnativo nella vita di tutti i giorni.
Devi essere presente, anche se non sei visto. Perché essere presente fa parte del tuo gioco.
Un gioco a volte duro da sostenere in quanto le regole le fanno gli altri. Tu osservi, anticipi le cadute e ti trovi nel posto giusto al momento giusto per raccogliere i cocci prima che lo schianto al suolo li disintegri totalmente. Se non ci riesci è colpa tua. Se ci riesci hai semplicemente fatto quello che dovevi fare.
Giocare da libero è un ottimo esercizio di presenza. Impari a respirare e a non farti prendere dal panico; a schermare le interferenze esterne e ad agire consapevolmente.
Giocare da libero è un ottimo esercizio di umiltà. A volte l'ego fa capolino e devi rimetterlo in tasca, riportando il focus sulla tua scelta.
Sì, perché giocare da libero è una scelta presa per attitudine e predisposizione.
E' una scelta  predestinata alla quale non puoi sottrarti senza sentirti in qualche modo incompleto.
Giocare da libero è impegnativo, ma è esattamente ciò per cui sei nato e cresciuto.


Foto di Tim Mossholder





domenica 9 febbraio 2020

ULULANDO ALLA LUNA

Nel silenzio della notte immagino la luna piena
luminosa e splendente 
dietro le nubi.
La guardo con gli occhi del cuore
osservando il rannuvolato cielo notturno
rischiarato dalla sua luce. 
Affido ai rami spogli di un olmo
l'ululato della mia anima inquieta
e nella bellezza del silenzio
mi ritrovo.



Foto Donatella Coda Zabetta




giovedì 23 gennaio 2020

SIAMO DIVENTATI CUBICI

Siamo diventati cubici. Ci avviciniamo agli altri notandone gli spigoli e dimenticandoci di averli a nostra volta. Quando le risorse scarseggiano, difficilmente troviamo il modo di relazionarci in modo costruttivo: sventagliamo i nostri spigoli e spigoleggiando difendiamo il nostro spazio senza ritegno alcuno. Cubiamo solo quando troviamo nell'unione un ritorno utilitaristico: in tal caso ci impiliamo senza far storie per raggiungerlo prima. Quando l'obiettivo è raggiunto ognuno per la sua strada a perseguirne un altro. Cambiano alleanze e vie.
Cresciamo piccoli cubici a nostra immagine e somiglianza. L'eco delle nostre parole spesso si ferma all'interno del nostro cubo. Le parole degli altri aleggiano inascoltate nell'aria, rendendola irrespirabile. 
Siamo diventati cubici nelle idee, nei pensieri e nelle azioni. Ci spostiamo per schemi e ci agitiamo quando ce li cambiano. Ci piace inscatolare ogni cosa, persone incluse, ed etichettarla accuratamente.
A volte etichette simili si riconoscono e fanno fronte compatto urlando a squarciagola il loro diritto ad essere viste. Si potrebbe facilmente organizzare il gioco dei quattro cantoni: intanto nel mezzo ci finiscono sempre gli stessi, quelli che hanno i cubi fuori moda o sbilenchi o troppo colorati.
Siamo diventati cubici: vediamo pareti invece di orizzonti sconfinati e soffitti al posto del cielo.

Il cuore in affanno, soffocato nella sua scatola, batte sempre più forte per farsi sentire.



Ad uso gratuito (CCO) - Pexels

giovedì 16 gennaio 2020

BURNOUT

"Burnout" è una parola di origine anglosassone e significa letteralmente "arresto per surriscaldamento". 
E a tutti noi capita di surriscaldarci quando siamo sottoposti a situazioni di grande stress per tempi prolungati, ma, ahimè, raramente ci arrestiamo. Lo stress determina un lento e costante logorio psico-fisico di cui spesso non siamo consapevoli. Ci sentiamo scarichi ed esauriti, ma poche volte comprendiamo quando è il momento di fermarci e compensiamo le conseguenze del nostro crollo con meccanismi di difesa tesi a sostenere lo stress senza soccombervi.
Diventiamo intolleranti alle difficoltà, insensibili, demotivati e indifferenti oppure aggressivi e ancor più focalizzati sullo stato di necessità del fare perché deve essere fatto.
A livello fisico ci sentiamo a pezzi, ma continuiamo imperterriti a correre. Non avendo energie sufficienti per sostenere la nostra frenetica corsa, corriamo scomposti e reattivi investendo senza ritegno chi ci capita a tiro. 
Le emozioni a fior di pelle esplodono senza preavviso oppure si annullano in un atteggiamento robotico indifferente a tutto.
L'ambito relazionale è sicuramente quello che risente maggiormente della nostra "fusione". Possiamo liberamente decidere di distruggere noi stessi e immolarci per la causa, ma non siamo autorizzati a disintegrare gli altri, a mancar loro di rispetto o a trattarli come faticose incombenze da evadere.
Quando il burnout si manifesta nell'ambito della relazione d'aiuto, le conseguenze che esso comporta si fanno ancora più serie. Quando si è fragili, nel dolore e in una situazione di dipendenza fisica, emotiva o affettiva, aver a che fare con qualcuno in burnout è una condanna imposta.
L'indifferenza e la mancanza di rispetto fanno male sempre, ma divengono armi improprie nelle mani di chi si è assunto la responsabilità di occuparsi di una persona sofferente o di un bambino. Non riconoscere l'umanità dell'altro, quando l'altro è in una condizione di dipendenza e di fragilità, è un atto di inaudita violenza. 
Per questa ragione, voglio chiudere il post di oggi con poche parole su cui riflettere a fondo:

"Siate coraggiosi e fermatevi 
prima di incenerire il mondo dentro e intorno a voi".