lunedì 25 novembre 2019

ME LO MERITO?

Tre semplici parole, eppure così faticose da pronunciare. 

Si merita il rispetto chi non è mai stato rispettato? 
Si merita la gioia chi ha sempre sofferto?
Si merita di ricevere chi ha solo sempre donato?
Si merita un proprio spazio chi non lo ha mai avuto?
Si merita l'amore chi non è mai stato amato?

Se ponessimo le domande in questi termini non avremmo alcun dubbio sulle risposte: "Certo che se lo merita".
Come mai, allora, se rivolgiamo la domanda a noi stessi non siamo altrettanto sicuri al proposito?

Chi non è mai stato rispettato è abituato a farsi calpestare.
Chi ha sempre sofferto ha fatto l'abitudine al dolore.
Chi ha sempre e solo donato ha difficoltà a ricevere.
Chi non è mai stato visto nè apprezzato si è convinto di non avere diritto ad un proprio spazio.
Chi non è mai stato amato non sa come accogliere l'amore.

Disgregare gli schemi con cui siamo cresciuti è molto faticoso. Dobbiamo imparare ad aprirci quando l'unica nostra difesa è la chiusura, ed è difficilissimo farlo nel contesto che ci ha abituato a non essere amati, rispettati, visti o che ci ha sempre usati causandoci grande sofferenza. 
Per riuscirci dobbiamo inevitabilmente allontarci da quel contesto e vincere il senso di colpa che,  subdolo e insistente, ci sussurra continuamente "Non te lo meriti, chi sei tu per cambiare le cose?"
Ci sentiamo la misera "pecora nera" spersa in un gregge di pecore bianche e bellissime e abbiamo paura. Ci sentiamo inadeguati, incapaci ed esclusi dai giochi ancora prima che essi abbiano inizio.
D'altra parte ci siamo convinti di  valere meno di nulla, per cui come possiamo ambire al rispetto, alla gioia e all'amore? Non possiamo, se non per follia.
Abbiamo confuso lo sguardo di chi ci circonda con il nostro stesso sguardo e abbiamo smesso di vederci, di rispettarci e di amarci, attirando inconsapevolmente sempre le stesse situazioni.
Comunque, è sempre in nostro potere cambiare le cose e quando iniziamo a sentirci la misera "pecora nera" siamo sulla buona strada. Il passaggio successivo è recuperare uno sguardo più oggettivo.
A quel punto potremo anche stupirci nel notare che le pecore bianche e bellissime che abbiamo eretto a ideale da seguire perdono il vello, ma non il vizio. Altro varco da superare: non sono pecore, ma essere umani con le stesse nostre fragilità e paure. 
Nel lungo percorso di riscoperta e accettazione di noi stessi sarà naturale osservare quanto l'essere la misera "pecora nera" ci abbia portato a rinunciare al nostro potere personale e l'abbia donato alle presunte "pecore bianche e bellissime" permettendo a queste ultime di farne l'uso che ritenevano più opportuno a nostre spese.
Con questa consapevolezza iniziamo ad accorciare i fili del nostro potere personale fino a recuperarlo. Poi piantiamo i paletti dello spazio e del rispetto verso noi stessi (quello in cui possiamo anche permetterci di proferire dei salvifici NO alle richieste indecenti del fulgido gregge abituato a tartassarci) e innalziamo orgogliosi il nostro stendardo: "Sono la pecora nera". Inutile nascondersi dietro ad un dito: per le pecore  bianche tali rimarremo per sempre. Un ruolo a definire la nostra ribellione.
Ma noi siamo troppo impegnati a scoprire chi siamo al di là del mondo degli ovini per rimanerne condizionati (e poi detto tra noi, cambiare ruolo ogni tanto rende la commedia oltremodo divertente).
Così ci incamminiamo sempre più decisi verso la libertà. Quella libertà di pensiero che fa apparire all'orizzonte i primi tiepidi raggi di sole, quelli ambrati e luminosi del primo "me lo merito anch'io..."






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