mercoledì 30 luglio 2014

SOLITUDINE O ISOLAMENTO?

Estratto da "Ricordi, sogni, riflessioni" di C.G. Jung:

"La solitudine non deriva dal fatto di non aver nessuno intorno, ma dall'incapacità di comunicare le cose che ci sembrano importanti, o dal dare valore a certi pensieri che gli altri giudicano inammissibili. La solitudine cominciò con le esperienze dei miei primi sogni, e raggiunse il suo culmine al tempo in cui mi occupavo dell'inconscio. Quando un uomo sa più degli altri diventa solitario. Ma la solitudine non è necessariamente nemica dell'amicizia, perché nessuno è più sensibile alle relazioni che il solitario, e l'amicizia fiorisce soltanto quando ogni individuo è memore della propria individualità e non si identifica con gli altri".



La solitudine è qualcosa che conosco in profondità e sul cui concetto ho meditato molto. Forse per la prima volta, non condivido totalmente il pensiero di Jung. La solitudine, per quanto l'esperienza mi ha insegnato, è qualcosa che ci appartiene e che gli altri specchiano solamente. Rappresenta, infatti, una mancata accettazione di noi stessi: questo crea un vuoto nella nostra interiorità e ci rende il restare soli penoso e denso di sofferenza. La dinamica mentale scatenata da questo vuoto è la ricerca sfrenata di accettazione da parte degli altri, con l'annesso dolore derivato dall'illusione che l'altro possa accettarmi, quando io stesso non sono in grado di farlo. Ho impiegato anni a maturare questo passaggio. Quando sono arrivata alla totale accettazione di me stessa, la solitudine si è trasformata da mancanza in pienezza e libertà. Definirei la solitudine a cui fa riferimento Jung con il termine isolamento: l'isolamento non deriva dal fatto di non aver nessuno intorno, ma dall'incapacità di comunicare le cose che ci sembrano importanti, o dal dare valore a certi pensieri che gli altri giudicano inammissibili. Questo isolamento è vissuto con grande dolore quando la solitudine è mancanza di accettazione. E' un processo profondo e articolato quello dell'accettazione, ma proprio quando riesco a portarlo a compimento entro me stesso, acquisisco la mia individualità. Quell'individualità che non mi fa sentire in balia del giudizio, del confronto, dell'accettazione da parte dell'altro. Quell'individualità che mi permette di manifestarmi per quello che sono e di accettare l'altro per com'è. Non vi è la presunzione di essere migliori o la percezione di non essere all'altezza, ma solamente la consapevolezza dell'essere. Decade il bisogno di condividere la conoscenza senza discernimento e si impara il grande valore del silenzio.

martedì 29 luglio 2014

TRADIRE SE STESSI

Cosa significa tradire se stessi? Cosa comporta tradire se stessi?

Il dizionario Treccani offre questo significato al verbo "tradire": Venire meno ai propri doveri più sacri, mancando alla fede debita o data, a impegni presi solennemente, alla fiducia che altri ha in noi.

Oggi non dedico spazio al tradimento che si esplicita all'esterno, ma a quello che si rivolge alla nostra interiorità. 
Cosa significa venire meno ai propri doveri più sacri? 
Qual è il dovere più sacro che appartiene all'uomo? 
Il mio sentire lo identifica con l'amore verso se stessi. Amore che si manifesta nel rispetto e nell'accettazione di ciò che siamo, della nostra natura, sia essa fisica o spirituale. La vita è una continua esperienza alla ricerca di noi stessi, un viaggio alla riscoperta di una comprensione più profonda della nostra interiorità. I passaggi della quotidianità sono uno strumento importante, al pari della nostra fisicità, per aiutare questo processo di identificazione del sè. 
Perché a volte è così doloroso vivere? 
La nostra natura manifestata ci porta a fare i conti con il dualismo energetico che ci rappresenta: da una parte il corpo fisico, la cui vibrazione è più densa e assonante con il livello materiale e si manifesta con l'"ego" e dall'altra l'essenza spirituale che permea la nostra fisicità e la cui vibrazione è più sottile e si manifesta con il Sè. Questo dualismo crea un vero e proprio conflitto al nostro interno, fin quando non raggiungeremo uno stato di Coscienza tale da indurci ad integrare la nostre energie ponendo la mente al servizio del cuore. La mente, nata come strumento di discernimento per renderci liberi di scegliere, se fuori controllo, non farà che operare scelte dettate esclusivamente dalla materialità (desiderio, aspettative, giudizio, confronto...) e fomenterà la nostra parte egoica, offuscando la nostra essenza. Questo creerà disarmonia e malessere, al pari di una vita vissuta in modo sbilanciato verso la spiritualità, rinnegando cioè la propria fisicità.
L'armonia ed il benessere nascono da una completa accettazione di noi stessi. Dal rispetto della nostra natura nella sua totalità. Tradire noi stessi è rinunciare a una parte di noi, è rifiutarla, rinnegarla, disprezzarla. Questa attitudine renderà il contrasto interiore fortemente auto-distruttivo.
Spesso non ci fermiamo a meditare sui danni che la nostra inconsapevolezza è in grado di produrre: ci focalizziamo sulle piccole cose perdendo di vista l'insieme. A caro prezzo.




lunedì 28 luglio 2014

LIBERAZIONE O RIMPIANTO?

Estratto da "Ricordi, sogni, riflessioni" di C. G. Jung:

"Secondo me non vi è una liberazione à tout prix. Non posso liberarmi di qualcosa che ancora non posseggo, o non ho fatto o vissuto. La vera liberazione è possibile solo quando ho fatto tutto ciò che potevo fare, quando mi sono completamente dedicato a una cosa e ho partecipato a essa al massimo. Se mi sottraggo alla partecipazione, sto amputando, in certo qual modo, la parte corrispondente della mia anima. Naturalmente, può accadere che la partecipazione mi costi troppo e ci possono essere buone ragioni per non abbandonarsi a una data esperienza. Ma allora sono costretto a confessare la mia impotenza, e a riconoscere che forse ho trascurato di fare qualcosa di vitale importanza  e che non ho adempiuto a un compito. In tal modo compenso la mancanza di un atto positivo con un chiaro riconoscimento della mia incompetenza. 
Un uomo che non è passato attraverso l'inferno delle passioni non le ha mai superate: esse continuano a dimorare nella casa vicina, e in qualsiasi momento può guizzarne una fiamma che può dar fuoco alla sua stessa casa. Se rinunciamo a troppe cose, se ce le lasciamo indietro, e quasi le dimentichiamo, c'è il pericolo che ciò a cui abbiamo rinunciato o che ci siamo lasciati dietro alle spalle, ritorni con raddoppiata violenza".



Condivido profondamente queste parole di Jung. Siamo spesso legati a schemi riguardanti quello che si deve o non si deve fare e spesse volte rinunciamo ad interessanti esperienze per abitudine, per chiusura mentale o per appagare un'immagine che ci appartiene così profondamente da farci dimenticare chi siamo. Ogni esperienza segna un nostro momento di maturazione e crescita. Dolorosa o di gioia che sia. A volte non ci sentiamo all'altezza dell'esperienza ed è importante riconoscere i nostri limiti imparando l'umiltà. Altre volte l'esperienza che stiamo portando avanti non ci dona più il benessere per cui l'abbiamo scelta: è fondamentale trovare il coraggio di lasciarla andare. Proprio attraverso questi passaggi della quotidianità abbiamo la possibilità di conoscerci meglio, di metterci in gioco e di rimetterci in discussione. In fondo il viaggio è la vita stessa, con i suoi percorsi in salita alternati alle discese ed è bello assaporarne con intensità ogni momento!

giovedì 24 luglio 2014

IL CORAGGIO DI ASCOLTARSI ALLA MONDADORI DI LOVERE


Incontri d'Autore


Venerdì 25 Luglio 2014 
ore 21,00

alla MONDADORI
Piazza XIII Martiri 3
 LOVERE (BG)

IL POTERE

 Estratto da "Aforismi" di Carl Gustav Jung:

"Il potere rivendicato si ritorce sempre contro chi lo esercita: e lo si rivendica proprio quando si teme di perderlo. Non si dovrebbe avere paura di perderlo. Perdendo potere si guadagna in tranquillità."



Oggi ho scelto un argomento sul quale ho meditato fino allo sfinimento: il potere.
"Spesso è molto difficile tracciare un confine tra i veri ideali e una personale brama di potere" scrive Jung. 
Osservando la realtà ho realizzato quanto sia faticoso mantenersi in equilibrio sul tagliente filo del rasoio del potere. 
In effetti, inizialmente non riuscivo a staccarmi  da una concezione mentale che giudicava il potere: questo mi induceva a rifiutare la conoscenza per paura del potere che questa avrebbe inevitabilmente portato con sè. La conoscenza è una grande responsabilità: se utilizzata per fini materiali sfocia nella manipolazione a favore di un potere egoico e condanna karmicamente chi la detiene ad accollarsi il peso della sofferenza generata. Jung scrive anche: " I sentimenti di inferiorità sono un pendant del potere. Voler essere migliori o più intelligenti di quanto si è, è anch'esso potere." Il potere mentale è subdolo: anche la vittima manipola gli altri attraverso la propria modestia e fragilità. 
Ecco che riaffiora l'importanza dei concetti di umiltà e consapevolezza. 
Non posso che condividere profondamente queste parole tratte dal Libro Rosso di Jung:
"Chi impara a convivere con il proprio non-potere ha appreso molto".
La conoscenza è saggezza se diretta dalla consapevolezza con grande umiltà.

martedì 22 luglio 2014

LA CONOSCENZA

Estratti da "Ricordi, sogni, riflessioni" di Carl Gustav Jung:
pag. 184
"Il medico che non conosce per sua diretta esperienza l'effetto "numinoso" degli archetipi, difficilmente saprà sfuggire ai loro effetti negativi, trovandoseli di fronte nella sua clientela; sarà indotto a sopravvalutarli o a sottovalutarli, avendone solo un concetto intellettuale, ma non un termine di paragone empirico."
pag. 239
"Chi non ritiene che la conoscenza debba convertirsi in un obbligo morale, diviene preda del principio di potenza , e ciò produce effetti dannosi, rovinosi non solo per gli altri ma anche per lui stesso. Grande è la responsabilità umana verso le immagini dell'inconscio. Sbagliare a capirle, o eludere la responsabilità morale, significa privare l'esistenza della sua interezza, essere condannati a una vita penosamente frammentaria."


Queste frasi mi hanno colpito profondamente: è qualcosa che sento nel cuore da sempre. L'importanza del percorso esperienziale e della condivisione. 
Ho scelto il percorso manifestato solo quando ho sentito di essere pronta, dopo un lungo e travagliato lavoro su me stessa. Il mettermi in gioco è stato un ulteriore passaggio verso la consapevolezza: lo specchiarsi nell'altro è un approfondimento ancora più marcato del percorso fatto. E' un ritrovarsi per l'ennesima volta di fronte alle proprie paure e debolezze e realizzarne le sfumature per poterle nuovamente trascendere. 
L'ego è sempre stato un osso duro per me: la mia forza e la mia determinazione, se da un lato mi hanno aiutato a non mollare mai anche nel dolore più cupo, dall'altro hanno reso il mio carattere molto consistente. Abbattere la rigidità degli schemi e imparare a lasciarmi andare è stato un processo faticosissimo: alcuni passaggi hanno richiesto anni per essere elaborati completamente. La manipolazione del dolore e l'uso materiale della conoscenza, a cui spesse volte ho assistito, hanno generato in me una paura che ha bloccato per anni il mio espormi. Sapevo che nella mia umanità l'errore, seppur in buona fede, è sempre possibile e questo l'avevo accettato, come avevo realizzato che il blocco era un trattenere gli insegnamenti, ricevuti per essere condivisi, ma ho dovuto attendere pazientemente di sentirmi pronta: lo sono stata quando ho valutato di aver acquisito gli strumenti base (consapevolezza, rispetto, accettazione, distacco...) per ridurre al minimo un comportamento irresponsabile. E' stata una grandissima lezione di umiltà. Questo non ha evitato esperienze dolorose lungo il cammino, ma con il tempo ho compreso che sono assolutamente necessarie sia per me che per chi le condivide. Nel dolore si impara la vera apertura di cuore, quella che non costruisce barriere, ma accoglie sempre e comunque. 

lunedì 21 luglio 2014

ESSERE ED AMARE


Oggi ho postato ad una carissima amica dal cuore immenso il mio disegno con le riflessioni sull'essere donna ... desidero condividere anche le sue, perché contengono un messaggio meraviglioso: "Cosa posso fare io... cosa faccio?... in fondo sono molto simile a chi mi ha fatto soffrire... allora mi sono detta anche tu non sei capace di amore... di perdono... di compassione... parti da te... parti da te... e ringrazia il tuo passato perché ti ha permesso di essere ciò che sei tu ora..."

Essere ed amare...
provando a mettersi nei mocassini altrui...
anche di chi ci ha fatto o ci fa soffrire...
comprendendo ed accettando negli altri  anche i nostri limiti...
domandandosi...
ed ora che ho capito cosa faccio io...
come mi sto comportando...
cosa dò...
ciò che reclamo e che mi è stato negato,
che avrei dovuto avere e non ho...
cosa faccio io ora...
ora che ho compreso l’origine del mio passato...
ora tocca a me...
ora tocca a me amare così come avrei voluto essere amata...
ora tocca a me amare e comprendere 
 nonostante i miei limiti...
vedo i miei limiti
 e cerco di essere sconfinata...
immensa...

Amina